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Progetto storia - Il progetto

L’anno che cambiò tutto.
Il 1914 e la tempesta della guerra sulle comunità delle Alpi Giulie.

La percezione della Grande Guerra in Italia è spesso distorta, quasi sempre lacunosa, a volte vittima di falsi miti. Uno di questi è che la guerra abbia cominciato a riguardare gli italiani nel 1915, quando il Regno d’Italia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria. Nulla di più sbagliato. Il 24 maggio 1915 la guerra era già nella testa e nelle vite degli italiani da molti mesi, perlomeno da quando, nell’estate dell’anno precedente, l’inizio delle ostilità nel continente europeo aveva travolto le vite degli abitanti delle regioni di confine.

Il 1914 segna in effetti uno spartiacque nell’esistenza dei friulani. In seguito allo scoppio della guerra europea, decine di migliaia di loro (forse ottantamila, forse di più) vengono rimpatriate a forza dagli stati confinanti in cui avevano trovato occupazione nella tradizionale forma dell’emigrazione stagionale. Molti altri vedono la loro vita sconvolta dai preparativi per l’ingresso nel conflitto che lo stato italiano comincia a dispiegare poco dopo la dichiarazione di neutralità. Sono passate solo poche settimane dall’inizio ufficiale della «guerra mondiale» quando, nel settembre 1914, il Regio Esercito comincia a militarizzare le zone di confine, a requisire immobili per alloggiare le truppe, a «invadere» il Friuli con migliaia di riservisti richiamati e spediti nelle caserme e sui confini senza una spiegazione.

Il Friuli montano è al centro di questo ansioso prepararsi per un conflitto che non si sa se verrà. Come molte altre province dell’Europa di frontiera, la guerra comincia molto prima di quella dichiarata formalmente da governi e ambasciatori. I giovani e i maschi adulti vengono rivestiti di una divisa e spariscono dai villaggi e dai campi. Le vite delle famiglie e delle piccole comunità sono distrutte, le donne e i bambini assumono ruoli fino ad allora imprevisti, l’amministrazione di piccoli comuni quieti e isolati da decenni ne è rivoluzionata. Il 1914 è decisamente «l’anno che cambiò tutto» anche qui, benché per molto tempo gli abitanti del Gemonese, del Canal del Ferro e della Val Canale si siano cullati nell’illusione che nulla sarebbe veramente successo. Il progetto ha voluto raccontare la storia di quei mesi di attesa e di disillusioni ricostruendo la vita del territorio secondo prospettive inedite e strutturandosi in tre assi di ricerca.

  • La popolazione civile dell’Alto Friuli di fronte ad emigrazione stagionale, profuganza e sfollamenti coatti: analizza l’impatto della preparazione dell’idea della guerra sulle popolazione civile, emigrata, rifugiata o costretta a sfollare dalle proprie case.
  • La guerra della mente. Il manicomio di Udine all’inizio della Grande Guerra: analizza il “peso della paura” che sconvolse le strutture della vita civile e comportò conseguenze sulla psiche degli abitanti.
  • Ritratti di guerra: il racconto attraverso le immagini fotografiche dei drastici cambiamenti che il Friuli montano subì in quei pochi mesi, passando da terra di frontiera a confine militare e poi a fronte.

La popolazione civile dell’Alto Friuli di fronte ad emigrazione stagionale, profuganza e sfollamenti coatti.

A cura di Francesco Frizzera, Università di Trento

Lo scoppio del primo conflitto mondiale nell’estate del 1914 incide da subito sulla popolazione civile residente nelle aree di confine dell’Alto Friuli e della Carinzia, sebbene il Regno d’Italia entri in guerra soltanto nel maggio 1915. In particolare, il conflitto bloccò i movimenti di emigrazione stagionale che caratterizzavano queste aree. Ciò causò il rimpatrio in Friuli di circa 80.000 persone che avevano trovato impiego negli imperi Centrali (il 12,7% della popolazione totale della regione), con percentuali ancora più significative in Carnia, dove gli espatrianti superavano il 15% degli abitanti (esemplare il caso di Moggio Udinese). I contraccolpi si sentirono anche in Carinzia, in particolare nei distretti di Tarvisio e Villach, caratterizzati da elevata immigrazione, in cui vennero a mancare sia i lavoratori stagionali che il 18% dei maschi adulti, richiamati alle armi.

Ciò provocò un innalzamento dei livelli di disoccupazione e disagio socio-economico in Alto Friuli, cui facevano da contraltare la mancanza di forza lavoro e l’abbassamento delle rese agricole in Carinzia. I singoli Comuni della Carnia per limitare la disoccupazione promossero campagne di realizzazione di piccole opere pubbliche in economia e, dal dicembre del 1914, la manodopera locale venne impiegata anche per la realizzazione di opere militari secondarie, in un contesto di progressiva militarizzazione della vita civile. Nel frattempo, nonostante l’erario avesse messo a disposizione dei fondi a favore dei disoccupati (marzo 1915), le attività patrimoniali tradizionali (malghe, boschi,…) venivano occupate dai militari.

La situazione di difficoltà economica e progressiva militarizzazione cui è costretta la popolazione civile si palesa pochi giorni prima dell’entrata in guerra dell’Italia. Il 20 maggio viene ordinata dai militari austriaci l’evacuazione dei Comuni di Leopoldskirchen (San Leopoldo), Malborgetto, Pontafel (Pontebba), Saifnitz (Camporosso) e Ugovizza in Val Canale; contestualmente viene requisito tutto il bestiame. Pochi giorni dopo toccherà ai Comuni confinari italiani essere evacuati: sarà la volta di Timau, Pontebba, Val Raccolana, Val Dogna, Forni Avoltri, Cleulis e della Val Aupa. La guerra a questo punto è però già cominciata. Si può di conseguenza ben capire come, nel periodo della neutralità italiana, si possa utilizzare la categoria interpretativa di “anticipazioni” della Guerra con una certa disinvoltura.

La guerra della mente. Il manicomio di Udine all’inizio della Grande Guerra.

A cura di Anna Grillini, Università di Trento

Il manicomio di Udine di inizio secolo era considerato all’avanguardia per la ricerca e le terapie psichiatriche ma con l’avvento del primo conflitto mondiale anche la vita di questa apparentemente inaccessibile e inscalfibile istituzione si modifica e va incontro a enormi difficoltà: carenze di organico, difficili condizioni economiche e, soprattutto, l’accoglienza di soldati e civili traumatizzati dalla guerra.

Dalle carte esaminate all’archivio di Stato di Udine emergono le preoccupazioni per la situazione internazionale e i provvedimenti che il governo italiano metteva in atto in vista di un possibile conflitto, in particolare è costante l’interessamento per la sorte degli infermieri in età di leva. Appare abbastanza evidente che l’amministrazione del manicomio provasse il più possibile a sfruttare la possibilità, sancita dal Regio Decreto n 548 del 17 maggio 1914, di ottenere una dispensa per il personale sanitario occupato negli ospedali psichiatrici. Questa preoccupazione per il mantenimento dell’organico si dimostrò fondata perché col passare dei mesi e l’entrata in guerra anche dell’Italia sempre più uomini furono mobilitati e tra questi vi erano anche molti infermieri, i quali lasciarono il loro posto di lavoro nel momento di maggior bisogno della struttura che aveva iniziato ad accogliere sempre più soldati reduci dai combattimenti. La situazione sempre più difficile e la necessità di ottimizzare i servizi e le risorse portarono la direzione a imporre alcuni sacrifici al personale: «L’improvviso richiamo alle armi di un forte numero di infermieri nel primo anno di guerra- e ciò quando maggiormente era sentito il bisogno del personale tutto per l’assistenza soprattutto per le molte frequenti ammissioni di militari alienati che rapidamente facevano salire le presenze maschili fino a 474 verso la fine di Luglio. Rese necessario alla Direzione l’imporre qualche aggravio d’onorario agli infermieri. E col consenso dell’Onorevole Deputazione furono perciò temporaneamente ridotte le ore di uscita agli infermieri. I quali volontariamente si adattarono alla necessità del momento presenta contribuendo attivamente al regolare andamento del servizio, anche in questo periodo eccezionale». Durante gli anni successivi la situazione peggiorò progressivamente col procedere del conflitto, l’alto numero di ricoveri, il tipo di patologie, la mobilitazione resero sempre più difficile la vita del personale e dei pazienti.

Ritratti di guerra.

A cura di Erica Grossi, Fondazione Feltrinelli Milano.

La ricerca fotografica sul 1914 e sulla guerra che cambiò tutto, condotta principalmente sui materiali dell’Archivio Storico Fotografico Moggese, ricostruisce il quadro storico-estetico dell’Alto Friuli nel periodo tra l’inizio del Novecento e il primo anno di guerra sul confine. La relazione tra la storia del mezzo fotografico e l’uso sociale dello stesso permette, infatti, di stabilire le dinamiche di definizione dell’identità collettiva e del paesaggio, vista la militarizzazione progressiva del territorio.

L’aspetto più originale emerso riguarda la centralità estetica del «paesaggio verticale» della Carnia e del panorama alpino circostante. A questo si affianca poi la logica del lavoro di confine e migrante: la rappresentazione fotografica della comunità pre-bellica come di un tessuto di artigiani transeunti, che si identifica nel mestiere e ne fa una carte-de-visite della collettività.

L’impatto progressivo della militarizzazione agisce, quindi, su entrambi: il paesaggio verticale diventa il carattere originale della Guerra Italiana, guerra di montagna; il lavoro viene inglobato, trasformato e desertificato nella prima fase di militarizzazione del confine italo-austriaco.

La trasformazione fino al ’14 è essenziale, infatti, per la condizione topografica e logistica delle comunità di confine: queste vivono, anche in tempo di pace nell’Italia unitaria recente e liminare, una frontalizzazione militare. Questa si determina dal 1903/1904 con la legiferazione del governo italiano centrale per il rafforzamento logistico dei confini, e prende slancio tra il novembre del ’14 e l’inverno del ’15. Il fenomeno non risulta solo dalla revisione “per campioni” di fotografie e schizzi dedicati al paesaggio popolare ma viene confermato anche dalla redazione dei registri comunali locali (Chiusaforte e Raccolana).

Nel periodo tra i primi anni del ‘900 e fino al ’15, poi, il paesaggio e il lavoro sembrano monticarsi progressivamente; allora lo sguardo fotografico dello spettatore – prima civile poi militare – si posiziona in basso, conquistando alla cornice dell’immagine la vetta delle montagne carniche.