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Quaderno didattico - CAPORETTO!

CAPORETTO

Autunno 1917. Dopo quasi trenta mesi di durissima guerra di trincea combattuta sui monti e lungo il terribile fronte dell’Isonzo, l’esercito italiano stava dissanguandosi senza successo sulla strada per Trieste. Gorizia era stata conquistata nell’agosto del 1916, ma le ingenti offensive estive dell’anno successivo non avevano portato i risultati sperati: con l’attacco avvolgente portato dall’Altipiano della Bainsizza, Cadorna aveva sperato di riuscire a rompere in profondità lo schieramento austroungarico, costringendolo ad abbandonare il Vallone di Chiapovano e i contrafforti del Monte San Gabriele e più a sud dell’Hermada, ma quello che riuscì a guadagnare furono soltanto alcuni chilometri quadrati di altipiano sassoso e desolato, senza strade, acqua, ripari.
Le perdite dell’ultimo anno di guerra sul fronte carsico furono ingentissime: la decima (12-28 maggio) e l’undicesima (17 agosto-15 settembre) offensiva costarono agli italiani rispettivamente 160 mila e 200 mila perdite (tra morti, feriti, ammalati, prigionieri, dispersi), ma anche gli austroungarici ebbero, nello stesso periodo, più di 200 mila uomini fuori combattimento.
I soldati erano ormai allo stremo e, in alcuni casi, reagirono a ordini ritenuti ingiusti sbandandosi o rifiutandosi di ritornare in trincea dopo un breve periodo di riposo. Sporadiche rivolte o ribellioni individuali furono represse con tempestività e durezza dalle autorità, ma tali comportamenti erano indubbiamente il segno di un certo malessere che permaneva i soldati.
Le popolazioni non stavano certo meglio: le notizie dal fronte non erano buone, i lutti si moltiplicavano, l’inflazione cresceva. Mentre al Parlamento si levavano voci preoccupate contro i costi della guerra (il socialista Treves su tutti), la notizia della riflessione di papa Benedetto XV sull’inutile strage che si stava compiendo in tutto il mondo accrebbe il malessere generale, tanto che a Torino e in altre città italiane vi furono accese dimostrazioni contro la guerra.
Dall’altra parte del fronte l’Austria-Ungheria, attanagliata dal blocco navale alleato, soffriva una forte carenza di generi alimentari e materie prime, che rischiava di compromettere la stessa resistenza militare lungo il fronte dell’Isonzo, già provata dalle battaglie estive del ’17 e dall’impossibilità di ricostituire le riserve di uomini e materiali.
I vertici militari, allo scopo di fronteggiare una situazione sempre più insostenibile, avevano chiesto aiuto all’alleato germanico (nel frattempo si era dissolto il fronte orientale ed erano quindi disponibili mezzi e armate) e insieme, per la fine di ottobre, progettarono un’azione d’attacco volta ad alleggerire la pressione italiana e, possibilmente, rettificare più favorevolmente la linea del fronte.
E’ questa l’origine di Caporetto, o meglio dello sfondamento austro-tedesco delle linee italiane tra Bovec- Plezzo e Tolmin – Tolmino del 24 ottobre 1917, propiziato da un intensissimo bombardamento in cui furono utilizzati nuovi e più efficaci aggressivi chimici e completato dalla fulminea manovra di penetrazione in profondità di reparti scelti d’assalto, che aggirò le posizioni italiane e colse di sorpresa la II Armata del generale Capello.
All’alba del 24 ottobre, dopo aver verificato i risultati del bombardamento sulle prime e seconde linee italiane, scompaginate dai gas contro i quali le maschere in dotazione ai reparti valevano ben poco, i reparti d’assalto tedeschi e austro-ungarici mossero all’assalto. Furono fermati dalla resistenza italiana sul Rombon e sul Monte Nero, ma non nella conca di Bovec – Plezzo, ammorbata dai gas che avevano messo fuori combattimento i soldati italiani. Allo stesso modo, reparti tedeschi riuscirono a superare le linee italiane davanti a Tolmin – Tolmino e iniziarono a risalire a valle il corso dell’Isonzo, con l’intento di congiungersi alle colonne provenienti da Bovec – Plezzo.
Di fronte a un nemico superiore di numero, che attuava con efficacia la tattica dell’infiltrazione in profondità con l’intento di aggirare e cogliere di sorpresa l’avversario, i reparti della II Armata di Capello (momentaneamente assente per malattia) andarono in crisi. Non abituati alla guerra manovrata, non sorretti da efficaci ordini di comando (le comunicazioni erano state le prime a mancare), molti soldati si abbandonarono allo scoramento. Altri però difesero fino all’estremo le loro posizioni, che dovettero abbandonare per ordine superiore, come successe ad esempio nella linea difensiva della stretta di Saga e del monte Stol.
Al mattino del 25 ottobre, nello schieramento italiano si aprì una falla paurosa. Cedettero le difese a sinistra dell’Isonzo, mentre le colonne tedesche e austro-ungariche, procedendo da Tolmin – Tolmino, superato il fiume avevano già imboccato le valli che portavano verso Cividale, la porta del Friuli.
Alla sera di quello stesso giorno, il Comando Supremo aveva gettato nella lotta tutte le riserve della II Armata, ma il risultato non fu pari alle attese. Due giorni più tardi, quando Cadorna ordinò la ritirata al Tagliamento, gran parte dei reparti rimasti oltre l’Isonzo erano già stati tagliati fuori dalla manovra avversaria che, dopo aver rotto le prime linee italiane, puntava decisamente verso le strade d’accesso alla pianura.
Ci furono alcune aspre battaglie di retroguardia. Reparti dell’esercito italiano – cavalleggeri, bersaglieri e fanti – impegnarono le punte avanzate austro-tedesche a San Daniele, in prossimità del ponte sul Tagliamento di Pinzano e, più in basso, intorno a Udine, a Pozzuolo del Friuli, Campoformido e Carpeneto, riuscendo così a proteggere il ripiegamento della III Armata che, dal Carso, marciava in forze lungo le strade della Bassa friulana.
Il movimento di molti reparti della II Armata si trasformò ben presto in una ritirata sempre più caotica e disordinata. Alle truppe che procedevano ordinate, si mischiò ben presto la folla dei civili in fuga e quella, non meno tumultuante, dei soldati sbandati o rimasti tagliati fuori dai reparti di appartenenza. Constatata l’impossibilità di difendere la linea del Tagliamento, ai primi di novembre Cadorna decise di proseguire la ritirata fino alla linea Grappa-Piave, non prima di aver fatto diramare un bollettino di guerra (del 28 ottobre) in cui denunciò la mancata resistenza di alcuni reparti della II Armata, “vilmente ritiratisi senza combattere e ignominiosamente arresisi al nemico”, consegnando al Paese attonito una giustificazione di comodo: c’era stato uno “sciopero”, o meglio un “tradimento” da parte di soldati disfattisti e traditori. La verità, oggi ampiamente accertata dagli storici, era un’altra. Le cause della disfatta andavano individuate in primo luogo nell’impreparazione difensiva e nella scarsa iniziativa dei comandi militari, colti incomprensibilmente di sorpresa dalla tattica manovriera del pur atteso attacco austro-tedesco.
La ritirata al Piave, compiuta da Cadorna in condizioni assai critiche (viabilità frammentaria, il nemico incalzante, strade affollate, centinaia di migliaia di soldati frammisti ai civili in fuga) costituì un indubbio successo militare perché, se non altro, impedì il completo collasso dell’esercito italiano. In poco più di dieci giorni l’esercito italiano aveva perso circa 40.000 uomini (tra morti e feriti), ben 280.000 erano stati i prigionieri, non meno di 350.000 gli sbandati in fuga nelle retrovie.
Erano andati perduti oltre 3.000 cannoni, 1.700 bombarde, 3.000 mitragliatrici, 22 campi d’aviazione, senza contare i magazzini e i depositi militari abbandonati all’avversario. L’esercito italiano era in ginocchio; il Paese aveva l’avversario in casa. Occorreva un completo cambiamento di rotta e così il Generalissimo (così Cadorna era deferentemente chiamato dagli organi di stampa dell’epoca) dovette lasciare la conduzione dell’esercito al generale Armando Diaz, così come, in precedenza, al dimissionario Boselli era succeduto Vittorio Emanuele Orlando a capo di un Governo di larga rappresentanza nazionale.