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Quaderno didattico - PAESI NELLA GUERRA

ECONOMIA DI GUERRA

Lavorare al fronte: gli operai militarizzati
La necessità dell’esercito italiano di costruire una vasta fascia di opere difensive e di infrastrutture per i soldati determinò la nascita di un fiorente settore economico nelle zone a ridosso del fronte. I comandi militari furono costretti a reclutare, dapprima con l’intermediazione di imprese private di costruzioni, poi attraverso un organismo militare appositamente creato – il Segretariato Generale per gli Affari Civili – migliaia di operai da impiegare nella costruzione di strade, mulattiere, trinceramenti e fortificazioni, nelle operazioni di smistamento del materiale presso le stazioni ferroviarie, nella costruzione di baraccamenti.
Assegnati alle compagnie del Genio militare e civile, durante il conflitto oltre 650.000 operai di tutte le regioni italiane parteciparono ai lavori militari che spesso si svolgevano a ridosso delle linee di combattimento in ambienti decisamente ostili, pericolosi e difficili. Per compensare i disagi del lavoro e mantenere le maestranze nei cantieri, i lavoratori percepivano salari relativamente alti, oscillanti tra le 3 e le 8 lire giornaliere a seconda delle diverse categorie professionali; lo sciopero era proibito, non esistevano pause domenicali e agli operai era fatto divieto di abbandonare i cantieri. L’amministrazione militare provvedeva al vitto, all’alloggio, all’assistenza sanitaria; gli operai militarizzati erano muniti di un bracciale di riconoscimento e sottoposti alla giurisdizione militare, per cui non potevano sottrarsi agli ordini dei comandi e al lavoro sotto il fuoco nemico, pena il processo e la condanna presso i tribunali militari. I contingenti di operai più consistenti, data la vicinanza del fronte, furono quelli veneti e friulani (nel 1916 si reclutarono nella provincia di Udine ben 37.000 operai), ma non mancarono consistenti flussi di manodopera provenienti dalle regioni meridionali come Sicilia, Calabria e Puglia, colpite da una forte disoccupazione. I progressivi richiami alle armi dei maschi adulti assottigliarono gradualmente nel corso del conflitto anche le fila degli operai militarizzati; i vuoti furono colmati con il massiccio reclutamento di maestranze femminili e soprattutto di ragazzi e adolescenti da impiegare nelle operazioni di manutenzione stradale e nella costruzione di fortificazioni. L’impiego dei ragazzi nei cantieri di guerra si rivelò di dimensioni massicce; recenti studi sono giunti alla conclusione che non meno di 60.000 adolescenti lavorarono nelle retrovie del fronte italiano. L’impiego di giovani, donne e ragazze si rivelò particolarmente intenso nelle zone a ridosso del fronte, dove le famiglie si adattarono, non senza difficoltà, alle nuove esigenze di occupazione e di lavoro, diversificando impieghi e ruoli nel tentativo di sfruttare tutte le opportunità offerte dall’economia di retrovia.
La mobilitazione effettuata dallo Stato per allestire i servizi e le difese nelle retrovie del fronte si rivelò di dimensioni amplissime, un vero e proprio «altro esercito». Accanto ai numerosi emigranti, la guerra portò al fronte pescatori, calzolai, artigiani, braccianti: tale composizione, che rifletteva le ampie sacche di disoccupazione createsi dopo lo scoppio del conflitto europeo nel paese, determinò numerosi problemi sanitari e di produttività a causa dell’improvvisazione e la scarsa professionalità degli operai reclutati; la povertà e l’indigenza furono la molla principale che innescò la corsa verso il fronte di decine di migliaia di braccianti meridionali disposti ad accettare un lavoro difficile e pericoloso. Il lavoro al fronte si rivelò un’esperienza sofferta e lacerante a causa delle condizioni che incontrarono gli operai: lavori pericolosi, cantieri in alta montagna, ricoveri precari, lavoro nella neve e nelle intemperie, rischi derivanti dalle artiglierie nemiche, tassi altissimi di malattie e di infortuni. Il lavoro nella zona di guerra segnò un deciso passo indietro e riassunse caratteri ottocenteschi: cottimi, prolungamento degli orari, l’abolizione del riposo, ampia libertà data ai sorveglianti e ai quadri inferiori nella vigilanza sull’esecuzione dei lavori, disarmo delle leggi di tutela, divieto di sciopero e vincoli ferrei della disciplina militare. Alla fatica e alle difficoltà del lavoro si aggiunsero infatti le angherie e i soprusi delle autorità militari che scatenarono la protesta operaia nei cantieri del fronte durante il conflitto e nei difficili anni della ricostruzione.
Il contributo offerto dai civili nella costruzione delle infrastrutture militari fu senza dubbio determinante e questa esperienza, nei suoi risvolti militari, si rivelò preziosa e sostanzialmente efficace, parte non secondaria di quell’enorme sforzo logistico che permise all’esercito italiano di resistere sulle linee montane e carsiche del fronte. La mole di lavori compiuta tra fronte e retrovie (in particolare sull’Isonzo, Carso e Altipiani) fu imponente e le maestranze assunsero una crescente rilevanza con l’estensione e complessità dei lavori difensivi e l’aumentata importanza dei trasporti motorizzati su strada. I ciclopici lavori stradali, ferroviari e idraulici compiuti nelle retrovie del fronte, che rappresentano l’eredità più duratura del conflitto, costituiscono dei veri e propri capolavori di ingegneria, frutto di uno sforzo impressionante, ancora più rilevante se considerato alla luce della qualità della manodopera, la relativa povertà dei mezzi, condotto in condizioni di estrema difficoltà. In questo senso la guerra rappresentò un potentissimo fattore di accelerazione per molti lavori di carattere infrastrutturale precedentemente progettati e che, una volta usciti dalle contingenze del confitto, parte persero di significato, parte invece gettarono le basi per un’ulteriore modernizzazione del paese; basti considerare il notevole aumento della viabilità stradale e ferroviaria veneta e la sua integrazione con le linee fluviali e intralagunari, mentre nel settore montano la rete stradale venne a costituire per diverse zone una spinta o un importante punto di partenza per l’esplosione, in tempi più lunghi, del fenomeno del turismo alpino e di un qualche sviluppo della zona. I lavoratori militarizzati a volte erano impegnati in zone a rischio, nel novembre 1916 le pattuglie austriache in perlustrazione notturno nella zona di Pontebba segnalarono la presenza di un centinaio di operai intenti a consolidare uno sbarramento.
Per circa due anni e mezzo, soprattutto nella parte italiana, i paesi furono letteralmente invasi da un numero mai visto di uomini, assieme a loro giunsero, come si è visto, anche aziende coinvolte nei lavori di supporto all’esercito.
Proprio per questa situazione alcune attività dei paesi ebbero un incremento decisamente rilevante, in particolar modo le osterie, le trattorie o anche le famiglie contadine che mettevano in vendita parte della loro produzione. Difficile quantificare il giro di affari, ma di sicuro ci fu e fu molto consistente.
Ugualmente interessante per l’economia locale furono i servizi prestati dalle famiglie a ufficiali e soldati di truppa: dalla pulizia delle divise, a lavori di sartoria (riparazione delle divise), all’affitto delle camere nei periodi di riposo, allo scambio di alimenti.