ggg5

Quaderno didattico - FORTI DI CONFINE (1903-1914)

I FORTI LUNGO IL CONFINE

Il generale Alberto Pollio (1852-1914), capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano dal 1908, contribuì in maniera sostanziale a realizzare una linea di difesa che doveva coprire tutto il confine tra l’Impero austro-ungarico e il giovane Regno d’Italia. Formalmente alleati all’interno della Triplice Alleanza, fortemente voluta dall’Impero tedesco e firmata nel 1882 a Vienna, ma modificata nel 1887 e nel 1891, quindi rinnovata nel 1896 e modificata con ratifica nel 1902 infine, a ridosso dello scoppio della guerra, rielaborata nel 1912, Austria-Ungheria e Italia articolarono una politica estera e militare che divaricava la strada intrapresa nel 188. Da una parte l’Italia si avvicinò alla Francia dall’altro l’Impero asburgico si cautelava con l’imponente Impero russo. Gli interessi tra i due “alleati” entravano in contrasto non solo e non tanto per le minoranze italiane del Friuli orientale e della Venezia Giulia o per la sconfitta del 1866, ma soprattutto per le tendenze egemoniche nei Balcani degli austriaci e per volontà del neonato stato italiano di controllo del mar Adriatico e della costa dalmata. La diffidenza reciproca, che si trasformò in deciso atteggiamento ostile, portò i ministeri della guerra a predisporre piani preventivi di guerra e opere difensive atte a contenere un’eventuale offensiva dell’avversario.
Si arriva così al vasto progetto di fortificazione ideato e predisposto dal generale Pollio partendo dalle idee del capitano del genio Enrico Rocchi. Rocchi ipotizzava un tipo di forti di dimensioni contenute, ma costruiti a una distanza tale da consentire una difesa reciproca, la struttura principale era una sorta di modulo adattabile al terreno con un numero di cannoni compreso tra quattro e sei montati in cupole corazzate in acciaio al nichel spesso 14 centimetri dal diametro di 4,75 metri. Il corpo principale era un parallelepipedo in cemento armato largo non più di dieci metri e sviluppato in lunghezza. Lo spessore del cemento era previsto di almeno quattro metri sul fronte, la copertura invece aveva uno spessore di due metri. Le difese del forte erano poi articolate con piazzole di cannoni, postazioni per mitragliatrici e per fucilieri. Il piano di costruzione ottenne l’approvazione del Governo e i primi finanziamenti. Pur sfruttando alcune opere esistenti, la linea dei forti seguiva il confine austro-italiano lungo la catena delle Alpi e, per quel che ci riguarda, partiva dalla montagna, proseguiva lungo il Friuli collinare e seguiva il corso del Tagliamento fino al mare. Era divisa in tre parti: la fortezza Alto Tagliamento (costituita dalle opere di Chiusaforte, Monte Festa, Monte Ercole, colle di Osoppo), quella Medio Tagliamento: (Col Roncone- Rive d’Arcano, Fagagna, Santa Margherita, Tricesimo, Monte Lonza o Bernadia) e infine la fortezza Basso Tagliamento, (divisa nella tesata di ponte di Codroipo e quella di Latisana,  quest’ultima con le opere di Rivarotta e Precenicco).
Come si può intuire le fortificazioni erano intese a difendere i passaggi montani e a bloccare l’ipotetica avanzata imperiale all’altezza del fiume Tagliamento, sacrificando una buona parte del Friuli in cambio di una più solida e compatta linea difensiva. L’impostazione della linea difensiva era figlia della concezione del piano di guerra predisposto dallo Stato maggiore che individuava nel confine trentino la zona offensiva, mentre il Friuli doveva ritenersi zona difensiva.
Nel corso della costruzione dei forti però le risorse finanziarie furono via via decurtate, con la conseguenza della riduzione dell’efficacia dei forti stessi per i risparmi di materiali soprattutto nelle opere collaterali. Pur utilizzando cemento armato, corazze di acciaio, gallerie in profondità, con progetti che per i forti dell’Alto Tagliamento prevedevano di sfruttare le difese naturali, l’efficacia di tutte queste fortificazioni fu vanificata dalla progettazione e messa in produzione nel 1911 del mortaio Skoda da 30,5 cm, il proietto del peso di 384 kg. era capace di perforare uno spessore di oltre due metri di cemento armato per merito anche dello speciale guscio con cui era costruito. Lo stato maggiore austro-ungarico voleva proprio un’arma capace di distruggere i forti corazzati che gli italiani avevano realizzato, la costruzione dell’arma fu seguita attentamente anche dall’esercito tedesco che all’inizio del conflitto ne usò ben otto lungo il fronte belga per distruggere le imponenti opere difensive che il piccolo regno aveva predisposto.
Ad eccezione dei forti di Chiusaforte e del Monte Festa, all’inizio della guerra quasi tutti gli altri furono disarmati e i cannoni trasferiti lungo la linea del fronte principale per incrementare la potenza di fuoco dell’artiglieria italiana decisamente deficitaria di un adeguato numero di cannoni.