ggg5

Quaderno didattico - CAPORETTO!

I PROFUGHI

Dalla fine di ottobre del 1917, la guerra svelò ai friulani il suo volto più drammatico. Nel momento in cui lo sfondamento tedesco e austro-ungarico sconvolse l’immobilità del fronte dell’Isonzo, sembrò che “un demone nascosto” avesse invaso i reparti italiani in ritirata. Dobbiamo il paragone infernale al parroco di Bressa, per cui l’invasione fu “una vera Babilonia”, la giusta punizione divina (lascia scritto nel libro storico della parrocchia) contro chi aveva disatteso l’appello del papa Benedetto XV alla pace universale.
Le fonti ecclesiastiche, così come i diari e le memorie tramandate da protagonisti e comprimari di quei fatti, i giorni di Caporetto, tra la fine di ottobre e i primi di novembre 1917, esprimono con toni accesi e appassionati i contorni di un’apocalisse. Realtà e propaganda si intrecciarono, in quei momenti, nella testa della gente che vedeva, per la prima volta, immagini di una vera tragedia: una ritirata rovinosa dell’esercito italiano e un’avanzata dell’avversario di proporzioni inimmaginabili.
Arrivava un esercito di occupatori dagli idiomi spesso incomprensibili, mentre nello stesso tempo un altro andava liquefacendosi. In mezzo, in balìa degli eventi, i friulani stretti tra l’angosciosa scelta di fuggire abbandonando case e averi o quella, certamente non facile, di rimanere alla mercé degli occupanti.
La scelta di rimanere o partire, affrontare la coabitazione con un nemico dipinto dalla propaganda nelle forme più atroci o scegliere un’incerta e degradante profuganza, coinvolse la totalità della popolazione friulana. Secondo stime ufficiali del dopoguerra, furono circa 135 mila i friulani che riuscirono a trovare scampo e rifugio oltre il Piave, su una popolazione complessiva di 630 mila anime (secondo il censimento del 1911). Non sapremo mai, invece, quante furono le famiglie che non riuscirono a portare a compimento il progetto di fuga per l’inclemenza degli agenti atmosferici (l’esodo avvenne sotto una pioggia battente che aveva ingrossato i fiumi), per l’affollamento parossistico delle strade o per il diretto intervento delle truppe italiane in ritirata o di quelle tedesche e austro-ungariche in veloce avanzamento.
I principali flussi di profughi provenivano dalle aree a più diretto contatto con le operazioni militari, nonché dal capoluogo e dagli altri centri della provincia, mentre più scarsi furono gli esodi dalle zone meno interessate dagli eventi bellici. Da Udine fuggirono circa 31.300 abitanti su 47.617 stimati, da Cividale 5.177 su poco meno di diecimila, da San Pietro al Natisone 1.435 su 3.310, da Codroipo 2.083 su 6574, da Gemona 2.820 su 5.521, da Tolmezzo 2.885 su 5.521, da Ampezzo 1.159 su 2308 e così via. Alla fine, dalla Carnia e dal Canal del Ferro fuggì il 33 per cento degli abitanti, dal medio Friuli il 30 per cento, dal basso Friuli il 20 per cento. Il grande esodo nel distretto di Gemona interessò 9.409 persone su 32.332 (29,1%), da Chiusaforte scapparono 1008 abitanti, da Dogna 618, da Moggio Udinese fuggirono 1509, mentre dalla martoriata Pontebba 1587, da Raccolana 645, 1683 da Resia cui si aggiunsero 488 da Resiutta. Sebbene si distribuissero in quasi tutte le regioni d’Italia, una buona parte dei profughi provenienti da Chiusaforte (159), Dogna (70, ma 65 in Piemonte), Pontebba (223, ma 185 in Emilia Romagna e 123 in Lombardia) e Resiutta (103 e 50 in Liguria) raggiunse la Toscana, mentre quelli di Moggio (278) e Raccolana (106) si diressero in Piemonte, i resiani furono accolti in gran parte in Emilia Romagna (159) in Sicilia (137), in Toscana (131).
Inizialmente, le autorità militari italiane avevano cercato di limitare l’incontrollato esodo della popolazione, che tra l’altro avrebbe intasato la ritirata militare, con rassicuranti manifesti fatti affiggere soprattutto a Udine e a Pordenone, ma ben presto la fuga dei civili divenne imponente.
A Firenze, la città del Regno che accolse circa 17.500 friulani e un vero e proprio governo provinciale in esilio, vari notabili locali divennero i referenti del popolo friulano al di là e al di qua del Piave. Costituiti in amministrazioni ed enti riconosciuti giuridicamente, organizzarono aiuti e soccorsi, sbrigarono pratiche e documenti per le richieste di sussidi, non mancando di polemizzare, a guerra ancora in corso, con le amministrazioni imposte o sollecitate in sede locale dal governo militare austro-tedesco, tacciate senza mezzi termini di collaborazionismo e connivenza con il nemico.
Di fronte alla fuga pressoché completa delle autorità pubbliche, i referenti locali dell’autorità ecclesiastica si comportarono diversamente. In stretto collegamento con la comunità locale, il clero friulano scelse quasi ovunque di rimanere con i fedeli che avevano scelto di restare nelle loro case.
In questo contesto, la sofferta scelta dell’arcivescovo di Udine, monsignor Rossi, di seguire i comandi italiani in ritirata per non privare i friulani in esilio di una guida spirituale autorevole, sollevò non poche critiche all’interno stesso del clero.