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Quaderno didattico - LE MONTAGNE ARMATE

LE MONTAGNE ARMATE

E’ il 28 febbraio 1915. Migliaia di uomini e donne si dirigono verso Villa Santina, riempiono le viuzze e le piccole piazze del paese. E’ una grande manifestazione, forse la più grande, organizzata dal movimento socialista con l’adesione di tanti altri che urlano il loro no alla guerra. Sono tantissime le donne che non ne vogliono sapere di morti e feriti.
Le loro proteste caddero nel vuoto di una politica votata a decisioni già prese. La guerra scoppiò comunque, forte delle insistenze dei rumorosissimi sebbene poco numerosi gruppi interventisti e delle pressioni del mondo industriale. Era ormai un anno che l’esercito lavorava anche nella montagna friulana per preparare strade e mulattiere che portassero soldati e materiali lungo il confine.
Dal settembre del 1914 diverse unità dell’imperial-regio esercito iniziarono lavori di sbarramento delle più importanti vie di comunicazione con la costruzione di canali trincerati dotati di blindature con feritoie per fucili e mitragliatrici protetti da profondi reticolati di filo spinato. La struttura difensiva era articolata in due linee e fu completata quasi completamente facendo lavorare giorno e notte, a turni, i soldati e gli operai militarizzati. Il 23 maggio 1915 il generale Rohr assunse il comando della “Zona Carinziana”.
Le particolarità del fronte italo-austriaco, che per circa due terzi del suo sviluppo correva su monti, di frequente oltre i duemila metri di quota, e vallate portarono gli schieramenti contrapposti a combattere a grande altezza, sui ghiacciai e tra le nevi perenni, in condizioni spesso proibitive per la stessa esistenza dei soldati dei due eserciti, alpini e landesschützen reclutati tra i montanari delle valli circostanti ma anche fanti e soldati provenienti dalle più disparate regioni dei due paesi in guerra.
Nel primo anno di guerra, l’esigenza di occupare le vette per controllare l’avversario portò infatti a presidiare stabilmente le cime e le catene delle principali montagne, scavando trincee e camminamenti, costruendo baracche e ricoveri, trasportando a quote prima ritenute impossibili armi e cannoni. Le vette e le posizioni cruciali vennero contese con arditi colpi di mano di scelte pattuglie formate da guide alpine e provetti scalatori, che facevano assomigliare tali combattimenti a non meno micidiali gare sportive, ma anche con intensi bombardamenti e assalti in massa.
Dalle cime dell’Ortles agli Altipiani, dalle Dolomiti alle Alpi Carniche e al Monte Nero, la cosiddetta guerra bianca univa i due contendenti nella fatica e nelle durissime condizioni esistenziali. Bisognava trasportare a dorso di mulo o a braccia armi, cannoni e tutto quanto serviva per fare la guerra e per sopravvivere in alta quota (materiali, viveri, vestiti, combustibile: a questo provvedevano anche civili ingaggiati dall’esercito, tra cui le famose portatrici carniche), combattendo nello stesso momento contro un nemico insidioso e crudele: le proibitive condizioni atmosferiche d’alta montagna.
Contro un freddo terribile (spesso oltre i venti gradi sotto zero) non valevano pesanti cappotti e giacconi imbottiti quasi sempre fradici, né era sempre possibile accendere un fuoco perché il fumo delle stufe a petrolio o a segatura segnalava al nemico la posizione di baracche addossate alle pareti rocciose, nemmeno le caverne, anche profonde, riuscivano a proteggere efficacemente dalle intemperie.
Le frequenti bufere di neve rendevano impossibile il presidio di trincee e osservatori e dunque la consegna di mantenere a ogni costo le posizioni si tramutava a volte nella silenziosa “morte bianca” per assideramento o nella più lunga agonia prodotta dal congelamento. Ugualmente letale la valanga improvvisa che travolgeva la baracca, il passo falso fuori dai sentieri battuti che rivelava un infido crepaccio, l’equipaggiamento inadeguato che non proteggeva dal freddo intenso.
Nel Friuli montano, l’esercito italiano era schierato a occupare e difendere la cosiddetta Zona Carnia, che impegnava il fronte dal monte Peralba al monte Canin per uno sviluppo in linea d’aria di venticinque chilometri, pressoché raddoppiato sul terreno reale. La comandava il generale Clemente Lequio (1857-1920), che aveva posto il suo quartier generale a Tolmezzo nel palazzo Campeis ora sede del Museo Etnografico Gortani. La Zona Carnia era ulteriormente divisa nei settori But-Degano a ovest e Fella a est ed era inizialmente presidiata da due brigate di fanteria e sedici battaglioni alpini, oltre a reparti minori. In appoggio difensivo a cavallo del Fella e del suo sbocco nel Tagliamento, agivano le opere permanenti di Chiusaforte, Osoppo, San Simeone, Monte Festa e Forte Ercole.
Dalla parte austriaca, grosso modo dalla Croda Nera al Monte Nero, cioè lungo il crinale carnico e sulle prime giogaie delle Alpi Giulie occidentali, era dislocata la 92ª divisione comandata dal generale Franz von Rohr, forte di undici battaglioni nel settore di Monte Croce Carnico e altri sei nel settore di Tarvis – Tarvisio, cui dette ben presto manforte il VII Corpo d’armata al comando dell’arciduca Giuseppe, con due divisioni e una brigata di montagna. Inoltre, all’altezza di Malborgeth – Malborghetto, l’alta Val Fella era sbarrata dal grande Forte Hensel e altre opere permanenti erano situate intorno al Passo del Predil e presso Plezzo (Bovec).
Il Comando supremo italiano attribuiva alla Zona Carnia un compito eminentemente difensivo, di copertura dello schieramento di pianura, senza tralasciare però la possibilità di puntare verso Tarvis – Tarvisio dopo l’eventuale capitolazione dei forti che difendevano l’importante via di comunicazione verso l’Austria. Già nel primo anno di guerra tutta la zona montana fu fortemente rafforzata con diverse linee trincerate di alta montagna, supportate da gallerie e ricoveri blindati. Gli austro-ungarici, da parte loro, si apprestarono alla difesa delle posizioni sul confine. Falliti i primi approcci offensivi, i reparti italiani si arroccarono sulle posizioni inizialmente raggiunte e ben presto il fronte si stabilizzò su una durissima guerra di posizione ad alta quota.
Nei primi mesi di guerra i monti e le postazioni del Passo di Monte Croce Carnico (il punto più delicato del fronte per gli austro-ungarici) furono teatro di violenti combattimenti e diverse volte fu bombardato il paese di Timau- Tischlbong , mentre nel settore di Tarvis – Tarvisio il bombardamento italiano distrusse il paese di Wolfsbach – Valbruna, ma non riuscì a intaccare le posizioni austriache a difesa della Absschnitt Saisera – Val Saisera e delle alture circostanti. Secondo Cadorna, la mancata rottura del fronte era dovuta all’accanita resistenza austriaca, che da parte sua non possedeva altre fortificazioni a difesa della valle del Gail, del Fella e del passo di Tarvis – Tarvisio. Ad ogni modo, da quel momento il fronte montano della Carnia e delle Alpi Giulie non abbandonò le sue caratteristiche di drammatica staticità, che tuttavia non preservarono i soldati dei due schieramenti da prove durissime e, in quota e nelle immediate retrovie del fronte, da condizioni di vita ulteriormente compromesse dal gelo e dalla precarietà dei ricoveri. Nel 1915 la neve scese per la prima volta alla fine di settembre per sciogliersi verso luglio, le temperature raggiunsero i -40 come picco nelle zone di alta quota. Le valanghe di grande entità furono oltre quattrocento, tra l’11 e il 14 dicembre gli austroungarici contarono ben 637 morti per valanghe. Si può capire quanto scrisse Matthias Zdarsky:” Le montagne durante l’inverno erano più pericolose degli italiani”.
Le operazioni militari, anche per volontà del generale Lequio consapevole della scarsità di mezzi e di uomini oltre che delle difficoltà oggettive della guerra in montagna, furono assai limitate. Quest’atteggiamento ritenuto eccessivamente difensivistico da Cadorna portò alla rimozione di Lequio il 12 novembre 1916 e alla sua sostituzione con il generale Giulio Cesare Tassoni. Il cambio non portò sostanziali diversità di atteggiamento. Le operazioni si concretizzarono in limitati attacchi di reparti alpini che spesso con audacia scalavano montagne per assalire i nemici da direttrici non visibili. Ricordiamo nei primi mesi del 1915 le battaglie che si scatenarono per la conquista del Pal Piccolo, del Pal Grande e del Freikofel, o quelle nel Volaia e nel Coglians, la conquista del passo Valdinferno e quello dei Cacciatori. Più a oriente ci furono combattimenti per la conquista della Sella Prevala e Sella Robon. A essi fece seguito il tentativo austroungarico di conquistare monte Cuestalta e nell’ottobre il Jôf di Miezegnot.