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Quaderno didattico - CAPORETTO!

L’OCCUPAZIONE

L’occupazione austro-ungarica e tedesca del Friuli avvenne in un clima di violenza, in cui non mancarono episodi efferati e crudeli, distruzioni e saccheggi, furti e ruberie. La propaganda italiana giocò pesantemente sull’asserita malvagità degli invasori, acuendo i toni di una spoliazione che non aveva certo bisogno di sottolineature. Tra la fine di ottobre e tutto novembre del 1917 il Friuli (come il Veneto occupato) patì un saccheggio senza precedenti, violento e indiscriminato, per mano di soldati italiani in fuga, tedeschi e austro-ungarici in avanzata con l’ordine di rifornirsi autonomamente sul posto di quanto poteva loro servire, nonché di civili delle città e dei paesi che approfittarono del momento di disordine e della criticità della situazione per appropriarsi di beni e generi di prima necessità.
In seguito, con il definitivo spostamento del fronte delle armi lungo la linea Grappa-Piave, il contesto sociale volse a una progressiva stabilizzazione e i saccheggi iniziali degli occupanti si trasformarono in requisizioni e prelievi, rimpiazzati da ricevute di scarso valore e, successivamente, dalle svalutate lire venete stampate per l’occasione.
Eccetto che nelle zone prossime al fronte, di esclusiva competenza militare, il Friuli e il Veneto invasi furono suddivisi in distretti e unità amministrative militari e civili.
Sorsero amministrazioni locali con compiti di mediazione tra le necessità dei militari e delle popolazioni, all’interno delle quali fu preziosa l’opera dei parroci, rimasti l’unica autorità cui le comunità potevano rivolgersi con fede e fiducia. Le occasioni, purtroppo, non mancarono, anche perché l’Austria, sottoposta dalle forze alleate a un pesante blocco navale che limitava fortemente le sue risorse, tentò di approfittare il più possibile dei territori occupati, requisendo raccolti e bestiame, metalli (tra cui quasi tutte le campane di paesi e città) e biancherie, lavoro e attrezzature.
La maggior parte dei macchinari e delle materie prime delle industrie friulane partì verso l’Austria e la Germania. Dai cotonifici di Pordenone, Cordenons e Bagnaria furono prelevate merci e macchinari che riempirono 356 vagoni ferroviari; altri 475 vagoni vennero caricati con materie prime e attrezzature provenienti da Udine e Villa Santina. Ancor più capillare si rivelò l’incetta di animali da carne. Complessivamente, stime generali calcolano per tutta la provincia del Friuli una perdita di circa 200 mila bovini e altri 150 mila capi tra cavalli, capre, pecore e maiali.
Le autorità militari d’occupazione vararono alcuni organici tentativi di sfruttamento delle risorse agricole e industriali locali, come ad esempio l’ammasso del granturco in alcuni mulini pubblici, l’impiego dei prigionieri per i lavori nei campi o in alcune fabbriche che ripresero la produzione, ma il quadro prevalente era caratterizzato da requisizioni e razionamento dei beni di prima necessità. L’olio, il burro, anche le candele diventarono introvabili, mentre la carne, razionata al mercato ufficiale in misura di alcune centinaia di grammi alla settimana, saliva ogni giorno di prezzo.
L’occupazione militare austro-tedesca fu avvertita con modi e intensità differenti, a seconda delle condizioni geografiche, economiche e sociali dei luoghi. Le comunità rurali della pianura e della collina vissero costantemente sotto l’incubo delle requisizioni di prodotti e animali, dalle quali si difendevano escogitando fantasiosi nascondigli (sotto terra, nei letamai, entro gli alberi, ecc.), ma ciò non toglie che, dove le risorse erano più abbondanti o i nascondigli più sicuri, la guerra passò senza procurare danni irreparabili, in alcuni casi, anzi, arricchì personaggi lesti ad approfittare delle condizioni vantaggiose di un fiorente mercato nero. All’opposto, la gente delle montagne, pur non dovendo sopportare troppe vessazioni da truppe di occupazione spesso costituite da pochi, anziani gendarmi, patì le conseguenze della carestia dei generi alimentari, ma soprattutto l’interruzione del tradizionale flusso economico con i centri e i villaggi dell’area pedemontana.
L’impoverimento delle condizioni esistenziali nei territori invasi fu maggiormente, dolorosamente avvertito dai ceti medi, più presenti nelle città e nei maggiori centri rurali.
Udine, la città che era stata la capitale italiana della guerra, si trasformò in una grande retrovia militare tedesca e austro-ungarica.
Il periodo dell’occupazione fu scandito da quattro fasi, di cui la prima fu quella seguente lo sfondamento di Caporetto e durò tutto il mese di novembre, già nel corso dell’avanzata furono creati quindici Comandi distrettuali austro-ungarici con compiti amministrativi, mentre la 14ª armata tedesca si organizzò con Comandi di stazione. Essi verso la fine del mese dovettero insediare amministrazioni civili (ovviamente coatte) che svolgessero le mansioni del comune, ma soprattutto fungessero da esattori per conto degli occupanti. Il 22 novembre fu stampata la prima Gazzetta Ufficiale dell’Amministrazione Militare.
Durante il mese di dicembre fu predisposto l’assetto di un Governatorato Militare che, dopo gli accordi con la Germania, il 16 dicembre trovò una ripartizione territoriale che divideva il territorio occupato tra 14ª Armata tedesca e le armate austro-ungariche.
Furono stabiliti dei confini per cui ai tedeschi competevano i distretti di Moggio, Gemona, Spilimbergo, Maniago e Sacile, agli austriaci quelli di Tarcento, San Daniele, San Martino al Tagliamento, Arzene, Casarsa, Fiume Veneto, Valloncello, Porcia e Sacile. Gli austriaci erano subordinati all’autorità tedesca. Durante questi mesi le requisizioni dovevano provvedere al sostentamento dei due eserciti senza aggravio di spesa per i due Imperi. Per comprendere la quantità di prodotti alimentari necessari al solo esercito di occupazione austro-ungarico basti riportare il dato per la farina da panificazione: dai 10.000 ai 18.000 carri di farina di grano.
Dall’11 gennaio, con lo scioglimento del Fronte sud-occidentale, tutta la zona di competenza dei tedeschi passò sotto l’amministrazione dello Stato Maggiore di Boroevic, il passaggio di consegne fu concluso nel febbraio del 1918. Nonostante il ritiro della 14ª armata, rimasero diversi reparti dell’esercito tedesco addetti alla requisizione, uno gestiva il mandamento di Gemona dove si trovava la sede di raccolta del bottino, così come il magazzino di retrovia, la macelleria militare, gli uffici per la seta, la rappresentanza nell’Italia occupata. A Resiutta, Moggio e Chiusaforte trovarono sede le Aziende forestali subordinate ai tedeschi.
Una parvenza di struttura amministrativa era assicurata da comitati di cittadini e successivamente da un governo civico provvisorio, che in forme diverse favorì un graduale ritorno alla normalità, dopo il caos e i saccheggi dei primi momenti.
Essenzialmente per intervento degli ecclesiastici, alcune scuole e chiese furono  riaperte.
Nel mandamento di Gemona furono riattivate 77 scuole, il cui funzionamento, si può intuirlo, non fu regolare.
I civili precettati per lavori militari non furono molti e ancora meno gli internati per motivi politici. Addirittura gli occupanti previdero la chiamata al lavoro di manodopera compresa tra i 14/16 anni e i 60 per gli uomini e i 16 e i 40 anni per le donne, retribuita in corone austriache. I risultati, nonostante la critica situazione economica, furono modesti: un totale di 1534 persone (1139 uomini, 352 donne, 43 giovani), mentre l’analoga commissione tedesca assunse 2477 persone (1664 uomini, 745 donne e 68 giovani). Si pensi che prima del conflitto emigravano tra le 80 e le 90.000 unità.
Le requisizioni furono attentamente programmate e realizzate, più facili da attuarsi furono quelle nelle strutture produttive medie e grandi. Dalla cartiera di Moggio partirono verso l’Austria-Ungheria 47.000 chili di carta da imballaggio e 27.000 chili di cellulosa e 21.700 chili di cellulosa in Germania. Il gruppo di esperti austriaci Pretsch fu incaricato di ispezionare fabbriche e fortificazione per recuperare cannoni o materiale ferroso, cosa che fece passando anche a Chiusaforte e Ospedaletto nelle due fortificazioni. Tutti i semi dei bachi da seta rinvenuti furono requisiti e spostati in zona sicura a Trento. Alcune fabbriche proseguirono la produzione sotto il controllo militare come la tessitura di Venzone che raggiunse la produzione di 1000 chili mensili, il cotonificio di Gemona proseguì la produzione per smaltire le giacenze di magazzino.
Per scopi militari furono riattivate le segherie di Moggio e l’azienda forestale di Resiutta.
Questi dati sono la punta dell’iceberg, sotto la superficie stanno non solo le requisizioni minute di stoffe, lenzuola, camicie, pentole, posate, attrezzi da lavoro, ma anche le canne di stagno degli organi, le pelli conciate, gli animali vivi, il trifoglio … cui si sommarono anche quelle attuate dai soldati per garantirsi un bottino “personale” per se o da inviare a casa. In questo quadro si possono inserire le tante testimonianze raccolte, così a Chiusaforte le case e tutti gli edifici furono spogliati di tutto perfino dei pavimenti, dei serramenti e delle finestre per far fuoco.
L’amministrazione occupante decise di stampare carta moneta circolante nelle sole terre occupate. L’operazione si concretizzò nel giugno del 1918: la lira veneta era stampata a Udine dall’ex sede della Banca d’Italia in tagli da 1, 2, 10, 20, 100, 1000 lire e da 5, 10 e 50 centesimi. Fu vietata l’introduzione di ogni altro tipo di moneta.
In questa situazione Pontafel – Pontebba tornò a essere dogana, infatti i cittadini dei
territori occupati non potevano lasciare il territorio se non muniti di un’autorizzazione in carta azzurra.
Giornali e riviste tornarono nelle edicole riportando, oltre le notizie locali e le ordinanze militari, una cronaca abbastanza obiettiva, data la situazione, degli eventi bellici. La “Gazzetta del Veneto” uscì dal 1 gennaio 1918 come settimanale e da febbraio con tre uscite settimanali, era stampato con una tiratura in 5000 copie a Udine in italiano. Iniziò a funzionare un rudimentale servizio postale attraverso il quale, via Svizzera, si potevano avere notizie dei profughi in Italia e, per altre vie, dei militari friulani prigionieri in Austria. All’interno dell’impero era possibile inviare un pacco settimanale di alimenti dal peso massimo di 5 chili, soggetto a controllo ferroviario nelle stazioni stabilite, che per la zona si trovava ad Arnoldstein.
L’impoverimento delle condizioni esistenziali si rifletté direttamente sulla salute della popolazione friulana. Tassi crescenti di mortalità e morbilità infantile e generale furono incrementati dalla tubercolosi e dalle patologie infettive (soprattutto la micidiale epidemia d’influenza “spagnola” dell’autunno 1918), che colpirono dappertutto, ma imperversarono con particolare violenza nelle città e nei centri più popolati, dove in condizioni di estrema precarietà igienico-sociale si raccoglievano in proporzione maggiore anziani, lattanti e bambini.
Non mancarono civili uccisi “per mano militare” (in seguito a bombardamenti ma anche, in alcuni casi, per veri e propri crimini di guerra); ma ancor di più furono i giovani e i fanciulli deceduti o mutilati per tragici giochi di guerra, per la curiosità di toccare, aprire o percuotere strani oggetti rivelatisi devastanti proietti. Dati ufficiali del dopoguerra segnalano il raddoppio del tasso di mortalità della provincia di Udine nell’ultimo anno di guerra (33 per mille), rispetto al precedente periodo prebellico. Il numero complessivo dei decessi della provincia salì a 18.799, mentre i tassi più alti di mortalità furono registrati a Palmanova (47,4 per mille), Latisana (47,6), Spilimbergo (41,8), Gemona (36,8), Udine (35,2).
Il problema centrale della storia e della memoria dell’occupazione austro-tedesca del Friuli è rappresentato dal complesso rapporto tra la società friulana e i militari.
Nell’infuocato clima patriottico dell’immediato dopoguerra i friulani fuoriusciti furono considerati i migliori patrioti, mentre molti dei rimasti dovettero difendersi da esplicite accuse di collaborazionismo. All’opposto, alcune recenti interpretazioni locali vorrebbero la società friulana invasa complessivamente subalterna, o addirittura estranea agli eventi bellici, subiti più che vissuti all’interno delle immutabili, arcaiche regole che la governavano. Al contrario, l’inedita storia della società friulana in guerra che emerge dall’esame approfondito dei diari parrocchiali del periodo, evidenzia l’immagine di una società contadina in cambiamento, capace anche di opporsi alle incessanti richieste delle autorità militari.
La storia di guerra dei paesi friulani evidenzia che gruppi e nuclei familiari dimostrano di riconoscersi nella chiesa e nella comunità di appartenenza ma, nello stesso tempo, mostrano chiaramente, seppur in maniera implicita (per evitare ritorsioni), di non rinnegare, in un momento certamente difficile, in cui le armi mettevano in discussione l’esistenza stessa del Regno d’Italia, un certo senso di appartenenza nazionale, sottolineato con parole ricorrenti da tutti i parroci già all’inizio della guerra contro l’Austria. In altre parole, seppur non eccessivamente ammantata di patriottismo tricolore, non possiamo certamente considerare la società friulana invasa su posizioni equidistanti.
Al contrario, quelle che all’inizio del conflitto potevano essere annotazioni imposte dagli eventi, si trasformarono, dopo un anno di privazioni e stenti di ogni sorta, in un’invocazione muta in cui la speranza della fine delle sofferenze imposte dalla guerra s’intrecciava fortemente, nella coscienza collettiva, con il desiderio del ritorno dell’esercito italiano. La propaganda austriaca non riuscì, nell’anno dell’invasione, ad accattivarsi il consenso delle popolazioni, peraltro fortemente condizionate dal clima poliziesco in cui erano costrette a vivere. Gli austriaci e i tedeschi rimasero, nel convincimento popolare, i nemici, se non da combattere apertamente, certamente da non assecondare. Risultano casi di nuclei consistenti di soldati italiani che si diedero alla macchia nelle montagne tra Gemona, Venzone e Tolmezzo, furono quantificati in circa 2000, cui si aggiunsero altri 500 disertori austriaci. Boroevic non riuscì a organizzare efficaci retate per mancanza di soldati, inoltre durante il giorno le truppe incaricate del rastrellamento sarebbero state segnalate per tempo da un sistema di allarme organizzato da vecchi e bambini, ma il dato più rilevante è che i fuggiaschi ottennero il sostentamento della popolazione pur provata dalle proprie difficoltà.
La società friulana uscì fortemente provata dal conflitto. Le scene di legittima esultanza della popolazione, filmate dagli operatori militari al seguito dei primi reparti italiani che liberarono il Friuli nei primi giorni di novembre del 1918, sono la testimonianza più tangibile dell’ansia patriottica con cui i friulani avevano vissuto l’ultimo anno di guerra.
L’incubo dell’occupazione nemica era finito, la guerra era finita, molte promesse erano state fatte (non tutte furono mantenute), si poteva ricominciare a vivere e lavorare.
Iniziava il periodo della ricostruzione e anche, nuovamente, quello dell’emigrazione.
I campanili silenziosi Il simbolo più evidente di riconoscimento dei paesi friulani erano i campanili, spesso la direzione per il viandante era data dalla forma del campanile che si stagliava tra i campi.
I campanili costruiti con la partecipazione della popolazione di fedeli erano anche motivo di prestigio, a volte di gara tra paese e paese, così come la ricerca della campana dal suono più cristallino. Per un anno e oltre la gran parte dei campanili friulani rimasero muti. Dal 27 novembre le chiese di Maggio subirono il sequestro delle campane che furono fatte cadere dal campanile e poi spezzate per il trasporto, alla fine dell’anno suonò la messa l’unica piccola campana rimasta a Moggio di sotto, risparmiata dopo lunghe contrattazioni. A Chiusaforte furono asportate il 29 dicembre del ’17 e di seguito toccò a quelle di San Paolo, Sant’Antonio, Patocco, Saletto, San Floreano, non fu risparmiato il campanello della Parrocchiale né quello di Sant’Antonio.