ggg5

Quaderno didattico - IL FILO CHE UNISCE

MONUMENTI E VIE

Ci sono dei segni, delle tracce della guerra che rimangono fino ai nostri giorni. Per festeggiare, ricordare e commemorare la vittoria, lo Stato italiano avviò un’intensa opera di edificazione. In ogni paese fu collocata una lapide con i nomi dei caduti, nelle facciate delle scuole, nei muri dei campanili o degli edifici comunali, in altri casi furono progettati e costruiti complessi monumenti.
Questi erano a volte semplici strutture, una sorte di piramide a quattro facce, alta due metri e mezzo, con una croce sul vertice, assieme ai nomi trovavano spazio anche i ritratti fotografici dei soldati ed erano collocati residui bellici come filo spinato, pezzi di fucile e bossoli di proietti. La costruzione poteva però essere complessa. Spesso il modello era il tempietto neo-classico con colonne doriche o corinzie, bassorilievi o statue in stile liberty abbellivano la struttura, a volte venivano aggiunti proietti di artiglieria, lanciabombe, cannoni di piccolo calibro, all’interno del monumento con i nomi dei caduti trovava posto il bollettino della vittoria “firmato Diaz”. Verso gli anni trenta, quando il fascismo aveva realizzato la dittatura totalitaria, ci fu un profondo rimescolamento architettonico.
Furono privilegiati i grandi monumenti che prendevano spunto dalle gradinate di Redipuglia. Il messaggio da trasmettere non era più la pietà per i poveri caduti, ma l’orgoglio militaresco dell’uomo che è soldato e risponde “presente” in segno di obbedienza incondizionata al suo generale, anche dopo la morte.
Un ricordo, meno visibile, fu il nome imposto ai figli: Nervesa, Firmato, Vittoria a ricordo di una battaglia, o di quello che si supponeva fosse il nome proprio di Diaz.
Un importante e toccante segna che rimane della guerra, per chi sa cercare e guardare con occhi attenti, sono i cimiteri. Poco fuori dall’abitato di Malborghetto, sulla destra della strada, si nota subito il cimitero di guerra degli austro-ungarici che in queste montagne combatterono e perirono, non a caso fu chiamato ‘il cimitero degli eroi’. Nel giorno della festività per il ricordo dei morti vi si svolge una cerimonia che vede coinvolti rappresentanze dell’Associazione Nazionale Alpini (che ne cura la manutenzione), dei Freiwillingen Schützen e della Schwarzes Kreuz – Croce Nera austriaca.
Nel 2002 la Schwarzes Kreuz – Croce Nera austriaca ha stanziato consistenti fondi per la ristrutturazione del monumento, cui hanno contribuito anche il Corpo Forestale Regionale. Il cimitero merita una visita per capire come la composizione dell’esercito imperiale e regio fosse multietnica e per soffermarsi sulle sofferenze che questi soldati dovettero affrontare. Analoghe manifestazioni nello stesso periodo si svolgono sia nel tempietto ossario di Tarvisio che nel cimitero austro-ungarico di Cave del Predil. Altro bell’esempio dello sforzo per conservare la memoria e onorare i caduti è il cimitero che si trova poco fuori la strada che dalla Valbruna porta alla Val Saisera.
Tutto questo non è per i caduti italiani. Attorno agli anni trenta per volontà del regime fascista e di Mussolini, i numerosi cimiterini di guerra furono completamente svuotati dei poveri corpi dei militari morti. L’interpretazione data dal regime della vittoria militare nella Prima Guerra Mondiale era quella di glorificare il popolo guerriero destinato a dominare con la forza, perciò la pietà per i morti si trasformò in orgoglio per la guerra. Da ciò discese l’ideazione, la progettazione e la costruzione dei grandi sacrari distribuiti in alcuni precisi luoghi della vecchia linea del fronte che trovarono nel Sacrario di Redipuglia l’apoteosi concettuale: il Duca d’Aosta comandante della III Armata, “l’invitta”, seppellito nel primo e solitario sarcofago, dietro di lui i generali ai suoi ordini e ben dietro i gradoni indistinti in un ossessivo “presente” che la massa dei soldati tributa al comandante.
Un ulteriore segno del ricordo che abbiamo sotto gli occhi quotidianamente fu l’opera di rititolazione delle scuole e soprattutto di piazze e vie che da strada Nazionale e piazza Centrale diventarono via Vittorio Veneto, viale della Vittoria, piazza Diaz, via Monte Grappa…