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Quaderno didattico - COMUNITÀ DI SCAMBIO (FINO AL 1914)

PRIMA DELLA GUERRA NEL REGNO D’ITALIA

La realtà economica del Canal del Ferro e del Gemonese prima dell’arrivo della ferrovia era dominata dal trasporto con carri pesanti via strada, dallo sfruttamento dei boschi, dal forte tasso di emigrazione e di alcune attività industriali. Il segno politico per circa due terzi del XIX secolo era l’Aquila imperiale degli Asburgo che, pur mantenendo in una sostanziale condizione d’immobilità i domini veneti e friulani sfruttandone risorse e prelevando tasse, offriva un mercato del lavoro nell’Europa centro-orientale alla manodopera specializzata della montagna friulana e a quella di bassa manovalanza proveniente soprattutto dal Friuli.
In questo quadro i paesi ebbero sviluppi di diverso tipo.
Chiusaforte, il cui nome è di chiara derivazione latina, deve la sua fortuna alla strettoia, che s’incontra risalendo il Fella, il dato geografico ha favorito la costruzione di un fortilizio per il controllo della strada che dal Friuli raggiungeva l’Austria per il facile spartiacque della Valcanale.
Un timido sviluppo protoindustriale si può intuire a Campolaro di Chiusaforte, dove si può ammirare la casa Zanier del XVII secolo. Una famiglia di produttori di tessuti che, alla caduta dei Linussio tolmezzini, riuscì a inserirsi con notevole successo nella fabbricazione di tessuti. L’edificio è una testimonianza dell’avvenuto successo economico, anche se la dinastia imprenditoriale non ebbe seguito.
Il Congresso di Vienna (1814-1815) sancì un periodo di tranquillità e Chiusaforte divenne territorio del Regno Lombardo-Veneto, cioè Impero d’Austria. La fortezza antica fu demolita in gran parte nel 1826 operazione conclusa nel 1833 quando fu costruita la strada Pontebbana utile ai trasporti commerciali e al movimento di truppe.
Le fortificazioni erano ritenute inutili all’interno di un grande impero.
Il 1866 fece passare tutto il Canal del Ferro al Regno d’Italia, fatto che determinò una serie di conseguenze prima fra tutte la divisione amministrativa in comuni, l’abolizione dei diritti feudali, ma anche delle comunità pastorali che si videro aboliti i pascoli in comune. Questa trasformazione giuridica determinò il primo grande flusso migratorio, frenato parzialmente dalla costruzione della ferrovia Pontebbana che assorbiva manodopera.
Dogna
Il centro di Dogna è stretto tra montagne a strapiombo e il Fella, guarda di fronte alla valle omonima. Lungo questa valle, anch’essa chiusa da montagne ripide e sul cui fondo scorre il torrente Dogna, sorgono una serie di borgate. Il loro nome è “chiouz, chioz o chiout”, letteralmente casale o borgatella, questo nella variante del friulano della val Dogna e della Val Raccolana, perché in alcuni luoghi della Carnia era il nome di un dato casale, mentre nel Friuli significava stalluccio o porcilaia; una delle tante varianti, a volte molto diverse nel significato, del friulano.
Marinelli nella sua guida segnalava come abitati anche il Chiout Martin, Pupìn, di Pupe, Gus, Zuguin, Saletto, Visocco, Piccolo Colle, Porto, Plagnis, Vidali. Con maggior precisione si trovano i borghi e frazioni di Balabor, Chiout, Chiout Gliz, Chiout di Gus, Chiout Martin Alto, Chiout Martin Basso, Chiout di Pupe, Chiout Pupin, Chiout Zucuin, Coronis, Costafaletto, Costasacchetto, Gran Colle, Làvare, Midilot, Mincigos, Mingigos, Piccolcolle, Plagnis, Plèziche, Prèrit, Prèrit di Sopra, Porto, Roncheschin, Saletto, Vidali, Viscocco. Viene da pensare: più borghi che abitanti! Fatto sta che esiste un’anima comune che raccoglie questi “chiouz” distribuiti lungo la valle di Dogna per sfruttare le potenzialità legate ai pascoli e al bosco, una sorta di anello di unione tra tutti, una situazione forse diversa dal resto del panorama della montagna friulana, dove fortissimi sono i campanilismi anche tra paesi appartenenti allo stesso comune.
Resiutta
Il paese originariamente deve essere stato costruito più a monte con con strade strette, contorte e selciate; deve avere subito vicende diverse, incendi soprattutto, come è facile verificare in occasione della demolizione di edifici. Dopo la ricostruzione della carreggiabile nazionale Pontebbana (1820-36), si formò lungo il suo asse viario un nucleo abitativo con alcuni edifici di un certo pregio: il Municipio con le Scuole, la casa Perissutti. Prima della ferrovia Trieste-Venezia per Udine (1860) e della Pontebbana Udine-Tarvis (1879), il paese contava molti magazzini, stalle e osterie, essendo sede postale e passandovi gran parte del traffico mercantile dall’Austria all’Italia.
La strada Udine-Pontebba era larga 7 metri e mezzo, come scrive Micelli, con pendenze massime del 5%, oltrepassava il torrente Resia a Resiutta con il nuovo ponte in pietra a 5 arcate, lungo 60 metri, inaugurato nel 1836, dopo avere demolito il ponte veneto. A metà del nuovo ponte venne collocata sul parapetto una nuova lapide col medaglione dell’imperatore Francesco I.
A Resiutta iniziò uno sviluppo industriale sin dall’800, sia per la fabbrica di birra Dormisch (sorta nel 1844 da imprenditori carinziani, al decesso del birraio Francesco Strohmejer nel 1866, passò ai Dormisch e trasferita a Udine nel 1891, vi lavoravano un direttore, un cantiniere, uno scrivano, un macchinista quattro operai e una ventina di donne), come per quella del cemento idraulico, le cui cave erano sull’altra sponda del Fella, presso Ovedasso (nata nel 1881 per opera di Barnaba Perissutti), come pure per le miniere di schisti bituminosi del rio Resartico, oggi in abbandono. Nel 1903, come scrive Valentinis, esisteva una piccola birreria sotto la ragione sociale di “Linossi e Beltrame”.
Certamente la realtà industriale che caratterizzò il paese fu la Società delle Miniere di Bruxelles – Resiutta nacque con atto costitutivo, datato “Bruxelles 8 Marzo 1889″ e redatto dal notaio belga Carlo Paolo Maria Van Halteren. Era la”Società Anonima sotto la denominazione Società Internazionale delle Miniere”, sorta appunto nella capitale belga e, neanche un mese più tardi, già depositata negli atti del notaio udinese Aristide Fanton con studio in Via Rialto n. 5.
Il minerale estraibile in questa zona é lo “schisto bituminoso”, detto anche scisto, cioè minerale in lamelle con bitume; il giacimento minerario era indubbiamente vasto, ma a interessare la società anonima belga deve essere stata l’apertura della linea ferroviaria Udine-Pontebba, del 30 ottobre 1879, con prospettive di sviluppo industriale notevoli, poiché la ferrovia Udine-Venezia era del 1860. Nell’estate del 1891 la Camera di Commercio di Udine annunciò improvvisamente la chiusura della miniera, dopo che la Società Internazionale delle Miniere Bruxelles-Resiutta vi ebbe rimesso circa 350 mila lire in lavori di escavazioni, senza essere riuscita a raggiungere un secondo filone minerario.
Nel 1910 l’azienda di Resiutta ha mutato il nome in “Società Veneta per le Miniere” e in loco è effettuata anche la “distillazione schisto bituminoso” esportato in Germania e Svizzera. . La neonata società fu travolta dalla bufera della guerra.
La Val Resia
I Comuni storici della Val Resia sono stati: San Giorgio (res. “Bila”, idronimo che significa acqua bianca), Gniva (res. “Njiva” – campo), Stolvizza (res. “Sòlbica, Sùlbica, Sùbica”), Oseacco (res. “Osojane” – zona ombrosa) e Prato di Resia (res. “Ràvanca”, da “ravan” – superficie piana). Prato divenne capoluogo sotto il dominio francese nel 1805.
La lingua resiana è stata oggetto di studi da parte del linguista e filologo polacco Jan Baudoin de Courtenay, il quale fu autore anche del catechismo resiano, nonché di Milko Maticetov, dell’Accademia delle Scienze e delle Arti di Lubiana.
Gli insediamenti temporanei negli stavoli (res. “Plànina”), numerosi e diffusi sulle pendici montane, sono stati anch’essi abbandonati come luoghi di fienagione e di pascolo. La località di Pustigost (Bosco libero) dice, oltre che delle attività legate all’emigrazione temporanea quali l’arrotino e il venditore ambulante di frutta candita e frutta mediterranea nel vasto impero austro-ungarico, dell’attività di sfruttamento del bosco che portò la Società anonima Industria Boschi di Milano a insediarsi nella vallata.
Moggio Udinese
Sicuramente il periodo storico più rilevante di Moggio Udinese fu quello legato alla presenza dell’Abazia. L’800 seguì il sostanziale disinteresse che prima la Repubblica veneta, poi l’Impero degli Asburgo e infine il Regno d’Italia riservarono al paese che apriva o chiudeva il Canal del Ferro e lo sbocco verso la pianura friulana.
Oltre ai boschi e ai prati alpini, l’elemento caratterizzante la zona di Moggio sono le acque che servirono come infrastruttura per la localizzazione di mulini, segherie e dall’inizio del ‘700 di opifici artigianali e industriali. Torrenti e rii erano un tempo utilizzati per le fluitazioni di legnami mediante il sistema delle chiuse, o stuis.
Documentate e ancora parzialmente esistenti quelle del Rio Tralbe. Del porto legnami, in prossimità di Borgo Aupa, rimangono solo documenti fotografici, così come delle numerose segherie. Il passaggio dall’economia feudale a quella proto industriale si ebbe con il lanificio di Jacopo Linussio (1691-1747). Il suo fu quasi un seme per le successive attività manifatturiere, nel paese la concentrazione industriale diede il nome al borgo.
La presenza di tanti mugnai o conduttori di mulini era legata da una parte alla presenza del Fella e di altri corsi d’acqua minori, dall’altra alla produzione tessile e della lavorazione del legno. Non è certo un caso se lungo i corsi d’acqua si contarono fino a ventiquattro mulini. Complessivamente fecero muovere tre officine fabbrili e quattro segherie. L’energia idrica permetteva di creare un’economia di scala per cui gli scarti della produzione del legno potevano essere riutilizzati per la produzione di carta. Fu l’idea dei fratelli Carlo e Giuseppe Ermolli di Varese che si insediarono nel 1901 quando acquistarono una vecchia segheria trasformandone la produzione.
In realtà la produzione cartaria affondava le radici nel 1778 per merito dei fratelli Tessitori che a Moggio di Sotto ne intrapresero l’attività. A fasi alterne rimase produttiva fino al 1907 quando chiuse i battenti.
Tornado agli Ermolli, erano proprietari di due segherie e vollero aprire una fabbrica per la trasformazione dei cascami di legno in pasta e quindi in carta, adoperando segatura come combustibile. L’idea fu vincente e nel 1913 costruirono il primo nucleo dell’attuale edificio. All’inizio del conflitto erano impiegati sessanta dipendenti e la produzione era di 30 quintali di carta da imballo.
Venzone
Certa è la sua origine mercantile, perché qui dovevano fare sosta (“niederleg” = deposito) e pagare la “muta” (sorta di dazio doganale) tutte le merci provenienti dai Paesi tedeschi e quelle che si esportavano dall’Italia.
Dopo i Francesi, giunti nel 1797, fu occupato dalle truppe austriache. Nel 1805 fece parte del Regno d’Italia e cessò di essere sede giudiziaria, essendo stata aggregata al distretto di Gemona. Nel 1813 fu rioccupato dagli Austriaci e, l’anno dopo, entrò a fare parte del Regno Lombardo – Veneto.
Il voto plebiscitario del 21-22 ottobre 1866, dopo la III Guerra d’Indipendenza, sanzionò l’annessione al Regno d’Italia.
Gemona del Friuli
Usciti dai due Canali si apre la pianura friulana che si raggiunge dolcemente scendendo le colline su cui hanno trovato un ideale sito per sorgere due delle cittadine più importanti della storia friulana: Venzone e Gemona.
Il periodo più florido della storia di Gemona e della vicina Venzone è rappresentato dall’amministrazione del Partiarcato di Aquileia (1077-1420), istituzione che durò sino al 1751.
L’immobilismo della Repubblica Veneta portò alla sua caduta sotto i colpi di Napoleone Bonaparte e dell’esercito rivoluzionario. Gemona aveva avuto un certo sviluppo imprenditoriale, soprattutto nel settore tessile, e aveva ancora sfruttato la sua posizione fungendo da luogo di scambio commerciale; era inserita inoltre in quel vasto fenomeno commerciale che era rappresentato dai “cramars” della Carnia (ambulanti).
Napoleone fu una violenta meteora che portò Gemona nella modernità: cambiarono le leggi, cambiò l’economia, cambiò la struttura amministrativa. Nel marzo del 1797 i francesi entrarono nella cittadina, l’anno successivo gli austriaci, ancora un anno dopo i russi loro alleati, nel 1805 tornò Napoleone e dieci anni dopo gli austro – ungheresi.
L’efficiente amministrazione del regno Lombardo – Veneto faceva il pari con l’assoluto immobilismo economico e sociale degli austriaci.
L’annessione al Regno d’Italia nel 1866 portò a un nuovo riordino amministrativo, ma anche all’apertura della nuova linea ferroviaria Udine – Pontebba, che per Gemona entrò in funzione nel 1875.