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Quaderno didattico - LE MONTAGNE ARMATE

SOLDATI SOLDATEN SOLDÂTS

La gran parte dei soldati che partirono dal Canal del Ferro per la guerra furono inizialmente inseriti nei reparti degli alpini, in particolare nel battaglione Gemona sorto ufficialmente il 10 luglio 1887, dopo che le truppe alpine furono costituite nel 1872. Il reparto fu dislocato nrl 1015 lungo la val Dogna.
L’unità fondamentale dell’esercito italiano era il reggimento composto da 3.000 uomini, a sua volta il reggimento era diviso in tre battaglioni e questi in dodici compagnie. Quattro reggimenti (divisi in due brigate) formavano una divisione cui era aggregato un reggimento di artiglieria leggera o da campagna e reparti del genio e dei servizi come la sanità e i rifornimenti. Esistevano dei reparti di élite come i bersaglieri e gli alpini, quelli di cavalleria, di artiglieria media, quelli del parco d’assedio, di artiglieria pesante, numerose specializzazioni del genio (zappatori, telegrafisti, ferrovieri, pontieri, minatori). Scoppiata la guerra, dalla fanteria nacque un’ulteriore specializzazione che era l’aviazione (da caccia, da bombardamento, da ricognizione) sebbene esistessero già dei reparti di dirigibili e di palloni ancorati. Nel 1914 l’Italia disponeva di 25 divisioni e 250.000 uomini, alla fine del conflitto erano circa 5.000.000 i soldati arruolati, praticamente tutti gli uomini validi compresi tra i diciotto e i quarant’anni, con l’esclusione della manodopera militarizzata.
Ogni soldato prima di partire per la guerra faceva dei gesti scaramantici e rituali: la ripresa in divisa dal fotografo e l’invio alla famiglia della fotografia spesso formato cartolina. Numerosissimi sono gli album fotografici di famiglia in cui compaiono le immagini impettite dei militari che sul retro scrivono alcuni messaggi ai propri cari per rassicurarli, basta saper cercare e sicuramente emergeranno queste fotografie. La fotografia diventava l’oggetto che poteva preservare in vita il soldato, a essa si univano tante medagliette o i santini che ritraevano la Madonna, i Santi e i piccoli crocefissi che i militari tenevano addosso.
Nei primi mesi di guerra i soldati cercarono di conservare il contatto con la vita che conducevano prima del conflitto e di mantenere i legami affettivi con la propria famiglia. Miliardi furono le lettere e le cartoline scritte da tutti i fronti e inviate a casa e viceversa, in esse i messaggi erano pressappoco uguali, anche perché erano soggette alla censura preventiva di cui si occupava un ufficio apposito. Lo stesso soldato si autocensurava non scrivendo informazioni di tipo negativo o che potessero far soffrire i famigliari. L’unica possibilità di esprimersi liberamente era affidare le lettere ai propri commilitoni che si recavano in licenza o per incarichi nei paesi d’origine. Numerosi furono anche i diari, gli appunti, i ricordi che i soldati scrissero durante il conflitto, quasi a voler esorcizzare il pericolo e la morte che dovevano quotidianamente affrontare. In questi scritti era tracciata in maniera elementare o elaborata la vita vissuta in trincea o nei momenti di riposo, solitamente era rispettato l’ordine cronologico e maggior enfasi era data ai grandi eventi che potevano capitare (l’assalto, il bombardamento, le battaglie aeree, la morte o il ferimento dei compagni di reparto). In questo fenomeno di scrittura furono coinvolti anche i semi analfabeti o gli analfabeti totali che si rivolgevano agli ‘scrivani’ che si prestavano, a volte dietro compenso, a scrivere per loro. Ovviamente la capacità di scrittura variava a seconda del livello d’istruzione, ma fu sempre presente la necessità di metter per iscritto quanto era vissuto, non a caso anche dopo la guerra furono tantissimi, soprattutto tra i graduati, coloro che fissarono sulla carta i loro ricordi anche a distanza di anni, diversi di questi scritti arrivarono alla pubblicazione.
I soldati della nostra regione e del Canal del Ferro furono coinvolti in maniera più diretta degli altri dalla guerra e dall’invasione, non foss’altro che per la vicinanza geografica del conflitto. Essi fungevano da tramite tra i commilitoni dei reparti che provenivano da altre zone o da altre regioni d’Italia e la popolazione civile presso cui i reparti trascorrevano i periodi di riposo, indubbiamente la guerra rappresentò un primo momento in cui si consolidò la consapevolezza dell’esistenza di una nazione. Materialmente tantissimi italiani furono loro malgrado costretti a rendersi conto della composizione e della vastità dello stato italiano.
La guerra portò un enorme rimescolamento culturale, tralasciando quello più evidente e ovvio cioè l’evento bellico in sé, si deve tener conto della massiccia presenza di uomini che arrivavano da ogni angolo d’Italia e che, per una buona parte, era quasi stabili in alcuni paesi (si pensi ai comandi di zona di Moggio Udinese, alle stazioni di Chiusaforte e di Gemona, ai magazzini presenti in ogni dove, così come gli uffici) infatti per ogni soldato combattente dovevano essercene almeno un paio addetti ai servizi logistici. A questi si aggiungevano, a scaglioni con rotazioni regolari determinate dai cambi dei reparti dalle trincee, i militari che trascorrevano i periodi di riposo dislocati inizialmente alla bell’e meglio in attendamenti e in seguito in vere e proprie baraccopoli. I momenti di libera uscita erano trascorsi in ogni paese, principalmente nelle osterie, ma anche, dove c’erano, nelle Case del Soldato, approntate proprio per intrattenere e svagare i militari con attività di tipo ricreativo. Di tanto in tanto le piazze dei paesi erano affollate da un pubblico misto che andava a vedere teatrini di marionette o vere commedie, giocava alla pentolaccia o all’albero della cuccagna.
Vero fumo agli occhi di tanti parroci erano le feste con danze, dove le donne del paese si mescolavano con i militari per ballare. Situazione inaccettabile per i preti, custodi della comunità in assenza di un gran numero di uomini locali (padri, mariti, fratelli, fidanzati), che spesso riportavano nei Libri parrocchiali il loro disappunto e la loro paura per questa situazione di degrado morale.
Sicuramente ben più grave era la presenza dei casini di guerra o case chiuse, che, sotto il beneplacito dell’esercito, potevano operare in tutta la regione.
Un ultimo elemento che si deve tener presente quando si tratta delle modificazioni culturali è che il soldato fu addestrato a uccidere, a obbedire senza discutere, a soffrire senza lamentarsi. Risultò difficile poi spogliare da quest’abito mentale il soldato ridiventato cittadino, ciò favorì le violenze che per lungo tempo seguirono alla fine della guerra, la richiesta di un regime forte e autoritario, l’ideologia discriminatoria e razzista favorì l’ascesa al potere del fascismo.
Le abitudini di vita assimilate durante la guerra modificarono profondamente gli uomini, sconvolsero una cultura profondamente legata alla religione cristiana, trasformarono un’economia imperniata sull’agricoltura. La società friulana fu quella che probabilmente più risenti delle trasformazioni causate dalla guerra, sia per i danni economici sia per il crollo della cultura contadina.
SOLDATI DELL’IMPERATORE
L’esercito dell’Impero austro-ungarico era articolato, si può dire che lo costituivano tre eserciti distinti. L’esercito dell’imperatore d’Austria (Kaiserlich, imperiale) e del re d’Ungheria (Königlich, regio) in sigla k.u.k. Gemeinsame Wehrmacht sottoposto al Ministero comune della guerra, la milizia territoriale austriaca (k.k. Landwehr), la milizia ungherese (k.u. Honved). La marina da guerra (Kriegsmarine) reclutava nel territorio costiero del Litorale e della Dalmazia (Trieste, Fiume e Sebenico). Il servizio di leva iniziava dall’iscrizione alle liste al compimento dei diciannove anni, a ventuno avveniva la chiamata alle armi subordinata all’estrazione a sorte fino a copertura del numero di posti previsto. La leva durava tre anni.
Nell’esercito comune erano comprese tutte le specializzazioni, mentre nella milizia c’erano fanteria, artiglieria e cavalleria. Un’ulteriore forza mobilitata fu la Landsturm che reclutava gli abili dopo la quarta visita di età compresa tra i diciassette e i sessanta anni.
L’esercito imperial-regio comprendeva 109 reggimenti di fanteria austro-ungherese, 5 di fanteria bosniaco-erzegovese, 34 battaglioni Feldjäger austro-ungarici, 8 Feldjäger bosniaco-erzegovesi. I reparti erano distinti dal numero. La milizia austriaca era composta di 35 reggimenti di fanteria e sette di cavalleria di cui uno da montagna, quella ungherese da 32 reggimenti e 10 di cavalleria (i famosi ussari). La distinzione, oltre che dal numero, era data dal nome della località di reclutamento.
Un reggimento era composto di tre o quattro battaglioni di 1000 uomini, questi ultimi erano divisi in tre o quattro compagnie. Tre reggimenti componevano una divisione. Anche nell’esercito austroungarico vi erano corpi d’elite come i Kajserjäegher o i Fledjäger o gli Ussari.
In tempo di pace il numero dei soldati in servizio era di 450.000, con la mobilitazione generale raggiungevano il numero di 3.350.000. Durante il conflitto furono mobilitati 8.500.000 uomini.
La composizione dell’esercito teneva conto delle nazionalità, ma gli ufficiali di carriera erano per quasi il 79% germanofono nel 1910, con la guerra la percentuale diminuì pur non scendendo sotto il 60%. I quadri degli ufficiali di carriera erano caratterizzati dall’assoluta obbedienza e fedeltà al sovrano, tanto che l’esercito rappresentava uno dei pilastri della monarchia asburgica.
I kanaltaller erano arruolati per la maggior parte nella milizia austriaca, quasi tutti confluirono nel 4° reggimento Landwehr di Klagenfurt.
Nella Kanaltal – Val Canale e nel Tarvisiano reclutavano l’i. e r. reggimento di Fanteria n. 7, colore delle mostrine marrone scuro, l’i. e r. battaglione di Cacciatori n. 8, colore delle mostrine verde erba, normale uniforme dell’esercito, e l’i.r. reggimento di Fanteria dell’Esercito Nazionale Austriaco n. 4, poi Cacciatori di Montagna n. 1, dal 1906 uniforme delle truppe da montagna, colore delle mostrine verde erba con la stella alpina di metallo bianco.