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Quaderno didattico - LE MONTAGNE ARMATE

TESTIMONI DELLA GUERRA

Un prete in guerra
Don Boria arrivò in Val Dogna agli inizi di luglio del 1915. La guerra era scoppiata da poco meno di due mesi e lui era stato arruolato come cappellano militare del battaglione alpino Gemona. Il compito del prete all’interno di un reparto militare in zona di operazione di guerra divenne via via più complesso e difficile, non era semplicemente quello di svolgere le funzioni religiose, di assistere i feriti, dare, quando possibile, l’estrema unzione ai morti, confortare i vivi e suggerire la preghiera, indicare la sopportazione della fatica e del dolore come via per la vita eterna. Non era così semplice rincuorare soldati lontani da casa, che per la prima volta si trovavano la morte in faccia, inseriti in una rigida disciplina che non ammetteva disobbedienze e per di più in ambiente che normalmente conoscevano, ma che era profondamente diverso da quello da cui traevano sostentamento. La realtà stessa della guerra era molto diversa da quella che fino a quel momento l’uomo conosceva: soldati costretti in angusti spazi per lunghi periodi di tempo, sotto il fuoco nemico, con l’insidia della neve, il fastidio dei pidocchi.
I cappellani di guerra dovettero adattarsi a una situazione per molti aspetti imprevista e imprevedibile. Sicuramente don Boria fu vicino ai soldati che aveva sotto il suo conforto spirituale, ma adottò un sistema per cercare di far evadere questi uomini dalla brutalità della guerra; un sistema che potrebbe apparire strano, fuori luogo, ma che probabilmente servì a molti di loro. Nell’arco di due anni don Boria riuscì a far edificare ben quattro cappelle per dare visivamente ai soldati l’impressione che Dio non li abbandonava, che esisteva il luogo dove poter pregare e riconciliarsi con la propria anima. Addirittura una delle quattro cappelle prese a modello la facciata del duomo di Gemona del Friuli, zona da cui provenivano molti degli alpini del battaglione. Era un modo per farli sentire più vicini a casa. La cappella era stata costruita di tali dimensioni che fu requisita per adibirla a magazzino. Ciò non scoraggiò il prete che riprese la fatica edilizia. Per l’ultima cappella addirittura ottenne una donazione in arredi interni dalle nobildonne udinesi Maria ed Elena De Puppi e riuscì a farla consacrare il 30 ottobre 1916 dall’Arcivescovo di Udine monsignor Anastasio Rossi.
Don Boria fu catturato dalle truppe prussiane il 6 novembre 1917, dopo la prigionia e la vittoria tornò da queste parti, diventando parroco di Pontebba.
Nel battaglione Gemona c’era anche il ciapitàni sgiavelât (il capitano scapigliato), il capitano Mazzoli aveva ottenuto il permesso, unico tra tutti i soldati, di non tagliarsi la barba e i capelli assumendo la fisionomia di un moderno Garibaldi. Comandava la 97ª compagnia del battaglione Gemona, soprannominata la ‘Compagnia dei Briganti’ probabilmente per lo sprezzo del pericolo durante le operazioni di guerra, la memoria orale li ricorda come i progenitori degli arditi.
L’alpino prigioniero
La vita del prigioniero di guerra era stata regolamentata dalla Convenzione dell’Aia firmata nel 1907. Oltre che non essere impegnato in attività direttamente connesse con l’economia di guerra, il prigioniero doveva ricevere una razione simile a quella che il soldato del paese che lo aveva catturato riceveva in tempo di pace. Più o meno corrispondeva a 250 grammi di pane, 100 di pasta, 80 di carne, oltre frutta, verdura e caffè. Il rispetto di questa norma, così come delle altre, non fu sempre ottemperato, non sempre in maniera totale per i prigionieri negli Imperi Centrali. Diverse testimonianze segnalano che i prigionieri russi furono impegnati a scavare trincee, a risistemare strade e ferrovie. Tra i soldati catturati, i più penalizzati furono quelli italiani perché lo Stato Maggiore, in primis Cadorna, li consideravano dei vigliacchi che si erano arresi al nemico senza opporre un’adeguata resistenza. Peggio ancora fu per coloro i quali vennero catturati dopo Caporetto, in questo caso rimane emblematico il comunicato dello stesso Cadorna che ritiene i soldati della II Armata vigliacchi che si arresero ignominiosamente al nemico. Tutti questi prigionieri dovettero sopportare il periodo di detenzione senza il ben che minimo aiuto da parte del loro Stato come invece fu per gli altri stati in guerra. Gli italiani dovettero sbrigarsela autonomamente, non a caso il tasso di mortalità fu il più alto tra tutti. Oltre al freddo, il problema più grave da risolvere fu quello alimentare; solo con difficoltà riuscirono a integrare il rancio di prigionia con gli aiuti provenienti dalle famiglie, almeno quelle che se lo potevano permette.
Chi poté, spedì pacchi con alimenti utilizzando i Comitati di Assistenza ai Prigionieri della Croce Rossa Italiana che spedivano alla Croce Rossa Svizzera che a sua volta li girava alla Croce Rossa Austriaca, che avrebbe dovuto consegnarli integri ai soldati prigionieri. Soprattutto dal 1917 in poi, i pacchi furono aperti e razziati dagli austriaci, che sempre di più soffrivano le ristrettezze del blocco navale e la scarsità di approvvigionamento interno. Sono esemplari le parole di Pietro Sandri classe 1899 carnico di nascita, ma gemonese di adozione, quando riesce ad ottenere i pacchi alimentari spediti dalla famiglia.
Pietro fu uno dei soldati particolarmente sfortunati perché fu arruolato il 16 maggio del ’17, a poco più di diciassette anni e anticipando la chiamata dei ragazzi del ’99 che andarono a tappare i varchi lasciati dai morti e dai prigionieri del dopo Caporetto.
Il 24 settembre entra in linea e poco dopo un mese deve ritirarsi precipitosamente. Il 7 novembre viene catturato, ma il giorno successivo si da alla fuga fingendo ripetuti attacchi di dissenteria che gli permettono di allontanarsi nei boschi vicino Ragogna. Per più di due mesi vive alla macchia e il 10 gennaio 1918 si consegna al comandante tedesco di San Daniele, da dove è trasferito al campo di prigionia di Jesenice nell’attuale Slovenia. Le prime speranze di tutti i prigionieri erano di una breve permanenza, molti riportavano notizie di favolose avanzate dell’esercito italiano che a breve avrebbero concluso la guerra. Tutto era infondato, tanto che nel suo diario Pietro riporta sconsolato i numeri di prigionieri che affluivano costantemente nel campo.
In seguito Pietro è spostato, nell’allora Regno d’Ungheria, a Smorja (ora repubblica di Slovacchia), un piccolo paese agricolo. I prigionieri sono divisi prima per lettera iniziale del cognome, poi per provenienza e infine per mestiere svolto prima della guerra.
Il campo di prigionia è “formato di baracche. Le baracche sono disposte in gruppi di dieci. Ogni gruppo ha i suoi cessi e lavatoi. Fra un gruppo e l’altro vi è il reticolato, in modo che quelli di un gruppo non possano andare nell’altro. Dalla parte dei reticolati sono le sentinelle. Il Campo, poi, è tutto recintato da un reticolato.” In condizioni di vita precarie e con un inverno freddo Pietro si ammala di nuovo di dissenteria, anche per il vitto molto scarso. Fortunosamente guarito, solo verso la fine della sua prigionia cioè il 19 luglio e poi l’11 agosto riceve due pacchi alimentari con farina di frumento, farina di granturco e formaggio. Addirittura il 20 agosto ne riceve cinque di pacchi dalla Croce Rossa di Torino, tutti in buone condizioni. Gli ultimi due mesi di guerra sono stranamente tranquilli e li trascorre in casa di civili ad accudire agli animali della fattoria. Ben diverso il rientro di molti soldati italiani che dovettero subire un interrogatorio da parte delle autorità militari per verificare se avessero disertato, se si fossero arresi senza combattere se avessero fatto combutta con il nemico. Solo dopo, a 1919 inoltrato, poterono rientrare a casa, in silenzio per non farsi vedere come vigliacchi.
Un sanatorio di guerra in alta montagna e la questione dell’igiene.
Lungo il fronte orientale un certo numero di soldati contrasse una malattia infettiva agli occhi. Non riuscendo a debellarla facilmente, la struttura dell’esercito austro-ungarico decise di isolare i soldati affetti costituendo degli speciali reparti inseriti nella riserva. Fu loro assegnato il nome di “unità Trachom” e furono dislocati in zone del fronte dove fosse possibile garantire l’isolamento da altri soldati. Era severamente proibito avvicinarsi a questi reparti, così come questi soldati non potevano allontanarsi dalla loro posizione. Proprio per tener sotto controllo la situazione, i battaglioni furono dislocati nelle Alpi orientali.
Le epidemie furono fin dall’inizio una realtà presente in tutti gli eserciti, basti pensare al colera che colpì dopo pochi mesi numerosi reparti di entrambi i fronti e causò l’allontanamento dalla prima linea dei malati per periodi più o meno lunghi. La malattia si ripresentò in maniera episodica, anche se ricorrente, lungo tutto l’arco della guerra, così come fu per il tifo.
Si può capire che lo sviluppo di tali epidemie fosse la scarsa igiene che la vita di trincea comportava, unita alla convivenza obbligata di tanti uomini che certamente non avevano né il tempo né i mezzi per curare la loro pulizia.
Un nemico sempre presente tra tutti gli eserciti fu il pidocchio che trovò terreno fertile per la sua diffusione. Ci sono numerose fotografie che ritraggono soldati intenti in modo plateale a spidocchiarsi, non è certo un caso se al momento del cambio con altri reparti i soldati fossero obbligati a fare una doccia e a lasciare la divisa in grandi autoclavi dove avveniva la disinfestazione ad alta temperatura.
Più complicata fu la convivenza con i ratti che si distribuirono in ogni dove, sfruttando non solo la scarsa igiene, ma anche la possibilità di nutrirsi con tanti scarti e rifiuti presenti nelle trincee. Spesso i ratti si nutrivano dei soldati morti e lasciati nella terra di nessuno.
Lo spirito-soldato ovvero le apparizioni dell’esercito furioso
Una donna di Uccea si trovava da sola in una zona di alpeggio tra Uccea e Zaga, a un certo punto vide un soldato in una trincea che stava lavorando continuamente con il badile in mano. Il soldato non si girò mai, nonostante la presenza della donna. La donna tornata al paese chiese spiegazione al prete, il quale le rispose che se il soldato se ne stava di schiena non si doveva disturbarlo, se fosse stato di fronte era necessario chiamare qualcuno per farsi coraggio e chiedergli che cosa volesse. Questa è una delle tante testimonianze raccolte in val Resia e trascritte da Roberto Dapit nel corso della fine del secolo scorso. Non sono le uniche e sono di diversa forma. Ci sono valligiani che vedono soldati a cavallo sul monte Chila che chiedono di lasciar loro il passaggio libero, ugualmente una donna con il figlio hanno la stessa visione verso passo Tanamea, addirittura i due si devono spostare. C’è chi vede uomini vestiti da soldato che camminano senza girarsi o una ragazza vede lungo la strada che porta da Pradielis a Uccea un soldato seduto che si tiene la testa tra le mani come per riposare, ma poi scompare una volta che la ragazza guarda di nuovo in quella direzione. In altre occasioni ci sono soldati con il mulo che urtano una baracca in cui dormono dei boscaioli dalla parte di Bovec Plezzo, addirittura in un altro episodio, la baracca costruita in parte sulla mulattiera è demolita dal soldato con il mulo. A Coritis ogni domenica un uomo sentiva distintamente una compagnia di soldati che marciava recitando il rosario.
Sono tutte apparizioni ancora vivide nel ricordo e nella sensibilità non sono dei resiani, ma anche di altri friulani come quelli che vivono nella zona di Paularo. Sono ricondotte dagli studiosi di etnografia alla tradizione dell’Esercito furioso o della Caccia selvaggia la cui permanenza affonda per lo meno ai tempi dei romani. Essa viene inserita nel contesto della Buona e della Cattiva Morte, per cui i soldati deceduti in guerra senza sepoltura e senza i riti di passaggio all’aldilà sono condannati a vagare senza fine nei luoghi della loro Cattiva Morte. Numerosi sono quelli che nelle montagne rimangono ancorati a questa situazione dopo essere stati travolti dalle valanghe.
E’ evidente come la Prima Guerra Mondiale abbia permeato di se non solo il territorio, l’economia locale, l’esistenza di tanti uomini e donne, ma abbia inciso anche sulla sfera spirituale del Friuli.