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Quaderno didattico - CAPORETTO!

UNA FUGA PRECIPITOSA

Nei momenti che precedettero l’invasione delle truppe austro-tedesche, la confusione era sovrana.
Le colonne di militari italiani in ritirata via via più disordinata, la mancanza quasi totale di indicazioni dalle autorità militari e civili, il lungo periodo di guerra e di privazioni, la propaganda che aveva dipinto austriaci e tedeschi come belve assetate di sangue, spinsero una buona parte dei civili a tentare la fuga chi, più fortunati e i primi, in treno, chi con le rarissime automobili, chi con i carri, i più e i più vicini al fronte con il poco che avevano raccolto e infagottato.
Così, per esempio, mentre gli austriaci occupavano la val Resia, la popolazione stava fuggendo verso Resiutta, di qui diretta verso i ponti sul Tagliamento per cui la strada era per Tolmezzo oppure per il ponte più a Sud, quello di Braulins, lungo la strada per Peonis e Trasaghis.
Diverse furono le sorti: ci fu chi fuggì e poi dovette tornare sui suoi passi, altri che riuscirono a raggiungere l’Italia, altri ancora che incontrarono la morte.
La percezione della sconfitta militare che l’esercito italiano stava subendo dopo lo sfondamento del 24 ottobre non era sicuramente quella che avevano il sindaco di Gemona Luciano Fantoni e i maggiorenti che si riunirono il 28 ottobre in Municipio. Fiduciosi nella capacità di resistenza dell’esercito italiano, deliberarono di rassicurare la popolazione suggerendo di rimanere in casa e al più, solo in via precauzionale di allontanare donne e bambini. Passata qualche ora la realtà si dimostrò di tutt’altro genere: gli incendi che si vedevano da Osoppo e dal cascamificio di Piovega disegnavano tutta altra situazione. Molti gemonesi cominciarono a fuggire senza aspettare altro tempo. Il sindaco aveva mantenuto i contatti con i comandi, che lo rassicuravano sulle capacità di resistenza delle truppe. Avevano addirittura nell’eventualità peggiore predisposto due treni per allontanare la cittadinanza. All’alba del 29 la stazione di Gemona era stata abbandonata e i treni non c’erano, per cui i molti che fuggivano furono costretti a proseguire a piedi verso Trasaghis. Fantoni, incerto sul da farsi e ligio al suo dovere, alle 2 pomeridiane era ancora in municipio e con i pochi rimasti decise di cercare un incontro con i comandanti austro-ungarici per cercare di evitare il bombardamento della cittadina. In una Gemona deserta, anche di soldati italiani, Fantoni rimase sotto la loggia municipale e alle 19,30 incontrò la prima pattuglia di cinque austriaci che presero possesso del comune.
Da Gemona gli austriaci proseguirono in direzione Venzone, dove c’erano i sentori della malaparata perché dalla val Venzonassa arrivavano feriti e molti soldati provati, dallo sguardo torvo e con fare minaccioso. Il parroco don Fausto Ribis ottenne rassicurazioni dal comando italiano, insediato nel palazzo Martina, ma non si fidò e, passando di casa in casa, consigliò i suoi parrocchiani di rifugiarsi nel Duomo fidando nella protezione divina. Gli austriaci procedettero in modo guardingo tanto che entrarono nelle mura della città medioevale solo il 30. Il parroco trovò un alto ufficiale e riuscì a comunicare con lui in latino.
Poche ore prima, qualche chilometro a nord, Moggio era abbandonato dall’esercito che aveva iniziato la distruzione di magazzini e comandi, le esplosioni furono tante e tali che l’onda d’urto prodotta danneggiò molte case, I moggesi furono ancor più spaventati dandosi a una fuga precipitosa e disordinata, che divenne caotica quando fu fatto saltare il ponte sul Fella. Il manufatto in ferro s’impennò nel mezzo del fiume in piena e travolse una decina di persone che morirono affogate. Altre vittime furono quelle travolte dagli edifici che crollarono dopo lo scoppio di una mina, il parroco di Chiusaforte e alcuni altri impazzirono per lo spavento.
Andrea Missoni, moggese di quasi sessanta anni, il 29 ottobre tenta la fuga, tanto e tale era l’intasamento che da Moggio ad Alesso ci impiegò nove ore, cinque da Alesso a Peonis, da Peonis a Travesio quattordici ore fino ad arrivare a Chievolis dopo altre cinque ore di percorso a piedi. Era il 1° novembre e a questo punto non riescì più a procedere oltre. Quattro giorni dopo fu superato da reparti del Battaglione Monte Canin e il giorno dopo arrivarono le prime pattuglie di prussiani. A questo punto decise di tornare a Moggio. L’8 chiese a un ufficiale austriaco di poter tornare a casa, per tutta risposta gli ordinò di attendere un lasciapassare. Il giorno dopo con un tolmezzino se ne andò senza autorizzazione a suo rischio e pericolo. Arriva al suo paese dopo tre giorni e venne ospitato dal cognato. Iniziò il periodo dell’occupazione militare durante il quale fu costretto a lavorare per conto degli austriaci.